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	<title>AltroSud, il Blog/Shock di Francesco Caruso, scosse di defribillazione scritta per far riprendere i cuori a battere e le menti a pensare</title>
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		<title>Due o tre domande al compagno Niki Vendola su primarie e democrazia partecipata</title>
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		<pubDate>Sun, 19 Dec 2010 19:01:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Francesco Caruso</dc:creator>
				<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>

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		<description><![CDATA[I)Le primarie e la crisi della rappresentanza. Attorno a Niki Vendola si è venuto formando un movimento per il rinnovamento della rappresentanza che si caratterizza, in primo luogo, come tentativo di usare la forma delle elezioni primarie per scegliere i candidati della coalizione di centro–sinistra, tanto a livello nazionale che locale. Va da se che [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=altrosud.wordpress.com&amp;blog=565233&amp;post=265&amp;subd=altrosud&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>I)Le primarie e la crisi della rappresentanza. </p>
<p>Attorno a Niki Vendola si è venuto formando un movimento per il rinnovamento della rappresentanza che si caratterizza, in primo luogo, come tentativo di usare la forma delle elezioni primarie per scegliere i candidati della coalizione di centro–sinistra, tanto a livello nazionale che locale.</p>
<p>Va da se che questo movimento non è stato partorito dalla facoltà d’affabulazione del Nostro; piuttosto è il risultato del lavoro collettivo, minuto ma certo non privo di passione civile, di un ceto politico che si raccoglie attorno al governatore delle Puglie. Questo personale proviene, per la parte più consistente e significativa, <span id="more-265"></span>da Rifondazione o meglio da una sua costola, quella modellata da Fausto Bertinotti; tuttavia, ultimamente, ha subito un tumultuoso accrescimento, immettendo al suo interno esperienze tra loro un po’ eterogenee se non incompatibili: si va dai “furiosi assertori della legalità a tutti i costi”, che per tempo hanno opportunamente lasciato cadere in dimenticanza il conflitto sociale tra le classi, per divenire fautori di una allucinata soluzione finale, della repressione della criminalità a mezzo di leggi e carceri speciali; ai militanti di quei centri sociali che, giusto fino all’altro ieri, avevano denunciato solennemente lo stato agonico della socialdemocrazia, anzi dell’intera sinistra, apprestandosi ad eseguire una pubblica ricognizione di quel cadavere.</p>
<p>Mette conto qui precisare, a scanso di equivoci, che non riteniamo di per sé negativa questa convergenza da traiettorie diverse; al contrario, essa testimonia di una capacità d’attrazione di soggettività smarrite che è il punto di forza, l’unico per il momento, della proposta di Vendola.</p>
<p>Infatti, i veri ostacoli nonché i pericoli davvero attuali sono altri. Cerchiamo di recensirli brevemente. Intanto le primarie come forma della democrazia rappresentativa: ognuno sa che si tratta di una tradizione nord-americana legata allo specifico processo di costruzione storica degli USA, irreversibilmente caratterizzata dalla struttura politica irrigidita di quella costituzione, formale e materiale, che non a caso risulta essere la più vecchia di tutto l’Occidente. Insomma, qualcosa di totalmente estraneo al passato ed al presente delle istituzioni rappresentative dell’Italia o, per meglio dire, dell’Europa. Ed è proprio questa estraneità a spiegare l’aspetto levantino, spesso farsesco, molte volte cerimonial-rituale, quasi sempre di delega ad un capo senza carisma che le primarie hanno assunto nel nostro paese: dalla intronizzazione di Prodi che aveva come “finto competitor” Bertinotti, al triste plebiscito per Veltroni giù giù fino ad Agazio Loiero, scelto come candidato a governatore delle Calabrie da una riunione di boss in miniatura, mascherati da delegati ma in realtà intenti a spartire famelicamente, tra le rispettive cosche d’appartenenza, i fondi europei destinati alla eterna, non so dire se più commedia o tragedia,modernizzazione del Mezzogiorno.</p>
<p>E tuttavia, poiché non v’è il male assoluto e ogni ignominia contiene latente nel suo seno una promessa di riscatto, anche le primarie, nella situazione italiana, presentano un vantaggio evidente se comparate al metodo alternativo che affida la scelta alle esangui burocrazie di partito ovvero a procedure di designazione del candidato comune secondo criteri non-pubblici se non addirittura inconfessabili.</p>
<p>D’altronde, l’introduzione delle primarie come di altri costumi americani nella prassi politica del centro-sinistra italiano è avvenuta nell’estremo tentativo di far fronte alla crisi della rappresentanza, restaurando un qualche rapporto tra rappresentanti e rappresentati; anzi, può dirsi di più: questa iniezione tardiva d’americanismo è un velo che copre pudicamente quella rottura, che, per altro, si fa valere inesorabilmente con il minaccioso ingrossarsi, elezione dopo elezione, del numero di coloro che si astengono dai riti della democrazia rappresentativa.</p>
<p>Del resto, se si esaminano i pochi casi nei quali le primarie hanno disfatto i piani della malconcia burocrazia di centro sinistra, si può agevolmente costatare che questo è accaduto solo laddove la detta burocrazia o ha fatto l’errore di presentare un candidato diversamente inabile, come è avvenuto nelle Puglie, con lo scolorito Boccia contrapposto impietosamente al colorito Vendola; o, ed è il caso di Milano, non è neppure riuscita ad individuare un solo attore in grado di reggere il palcoscenico, e, nella frantumazione delle candidature, ha finito con l’imporsi la onestà ben temperata del compagno Pisapia.</p>
<p>Ancora, mette conto ricordare che v’è una altra pesante ipoteca che, nella situazione italiana, la forma “primarie” porta con sé: l’interiorizzazione inconsapevole e di massa di una sorta di “presidenzialismo carismatico” dove, per via di una omologazione mediatica, il partito politico diviene “partito del leader”. Valgano, a suffragare questa considerazione, le bandiere agitate dai militanti-seguaci, sulle quali compare il nome del capo: si va da Berlusconi a Fini e poi a Casini degradando fino a Di Pietro; e da qualche mese, lo diciamo con amichevole raccapriccio, anche il nome di Niki Vendola ha trovato posto sui drappi del suo partito. Il messaggio pubblicitario che viene in questo modo veicolato finisce col promuovere la delega, la singolarità piuttosto che la comunanza, la fiducia primitiva nelle capacità del leader di affrontare e risolvere i problemi delle moltitudini informi, insomma “ ghe pensi mi”.</p>
<p>Da questo punto di vista le esperienze delle “Fabbriche di Niki”, così come dei “meet-up” di Beppe Grillo, sono indicative di come la degenerazione peronista abbia appesantito le tradizionali storture della stessa rappresentanza . Così, se è vero che questi percorsi intercettano energie spontanee, passione di partecipazione e una legittima indignazione popolare, tuttavia purtroppo le attitudine libertarie restano imbrigliate una verticalità decisionale che definisce sostanzialmente in modo centralistico l’adesione, i confini, i contenuti e l’agenda politica.</p>
<p>L’uso intensivo di strategie di comunicazione digitale, in grado di catturare e valorizzare la comunicazione orizzontale dentro “format” verticali, come mostra il successo del blog di Grillo ma anche il record del numero dei “fans” di Niki Vendola su Facebook, tutto questo è particolarmente significativo proprio perché questa dimensione virtuale, pur essendo sostitutiva della presenza, si traduce in improbabili sentieri di una presunta democrazia partecipata.</p>
<p>Insomma, si parte dal legittimo rifiuto della necropolitica dei comitati centrali, ma si finisce per legittimare una tendenza plebiscitaria che mortifica gli sforzi di chi, nei movimenti sociali, da decenni, si adopera per il superamento della rappresentanza e della pratica della delega che essa implica.</p>
<p>Se le cose stanno così, è inevitabile che le primarie, per la loro natura d’invenzione astratta della politica politicante, si risolvano non già in un rimescolamento delle carte, con la conseguente rinascita della partecipazione democratica; ma piuttosto in un riaffiorare del naufrago, della storica tendenza della socialdemocrazia italiana a rinunciare alla propria autonomia politico-sociale, inclinando verso la subalternità trasformistica; ovvero proponendo, per conseguire un consenso elettorale maggioritario, la decrepita strategia della alleanza con il ceto politico moderato, con il così detto centro; il quale, per altro, si mostra perfino recalcitrante, forse per alzare il prezzo di un eventuale compromesso. Di tutto questo v’è già una traccia, dirò così precoce, tanto nelle dichiarazioni di Vendola e di Pisapia quanto in quelle di Casini e Rutelli.</p>
<p>Anche qui, per evitare ingenuità e malintesi, va da sé che il proposito di allargare il consenso elettorale è del tutto ragionevole, non fosse altro che per fuoriuscire dalla dimensione di setta nella quale è precipitata, ormai da qualche anno, la socialdemocrazia di sinistra e di estrema sinistra.</p>
<p>Ma perché questa apertura sia davvero trasformativa e non regredisca rapidamente ad artifizio macchiavellico tutto interno alla “governamentalità”, dovrebbe mettere in comunicazione la strategia politica con la conservazione ed il risarcimento dei “beni comuni”. In altri termini, bisogna sì puntare ad accrescere il consenso e perfino coinvolgere il tradizionale elettorato di destra; ma non certo inseguendo, compromesso dopo compromesso, il ceto politico sul suo terreno; piuttosto collocandosi apertamente fuori e contro, marcando quella giusta distanza che permette di osservare dall’esterno il sistema dei partiti per potere esercitare la facoltà di giudizio —il che significa saper guardare con gli occhi di coloro che si astengono dalla pratica del voto.</p>
<p>Ecco allora che perseguire un programma capace di incrociare l’autenticità dell’astenersi, comporta l’assunzione di un punto di vista comune: ovvero, facendo a meno di Casini, ci si può assicurare una presenza ad angolo giro nel corpo elettorale.</p>
<p>II)La politica dei beni comuni.</p>
<p>Ora, è del tutto evidente, che, in Italia, tra i beni comuni, nessuno è più comune, per potenza ontologica, della passione civica: riappropriarsi delle città ossia autogovernarsi.</p>
<p>Ed a questo proposito, bisogna notare fin da subito che, nei discorsi di Vendola come di Pisapia, non v’è neppure l’eco della critica alle istituzioni rappresentative, alla costituzione formale e materiale del nostro paese – malgrado che la volontà d’impotenza segni non da oggi il sistema economico-politico italiano e sia drammaticamente amplificata dal dissesto finanziario provocato dalla globalizzazione, dissesto destinato a perdurare nel lungo presente, per anni e anni a venire.</p>
<p>Né questa assenza di critica, questo acquattarsi retorico dietro la carta costituzionale, riguarda solo il leader; tutti abbiamo costatato, seguendo le assise fiorentine della S.E.L., come nella piattaforma programmatica elaborata al termine dei lavori, dove si parla giustamente dell’innesto di altre culture e variopinte pulsioni sulla venerabile tradizione del movimento operaio, non v’è neppure un punto, uno solo, che affronti la questione della crisi delle istituzioni repubblicane e l’urgenza del loro superamento; nella prospettiva, qui ed ora, d’innescare un processo di deperimento e estinzione della “forma stato”, tanto nella versione di corpo separato dalla nazione quanto in quella, a livello europeo, di macchina burocratica sovranazionale.</p>
<p>Questi argomenti, così cari alla tradizione libertaria del movimento operaio,non appaiono nella piattaforma di S.E.L, neanche nei modi edulcorati e sostanzialmente innocui del decentramento amministrativo, dove si tenta di promuovere la partecipazione attraverso l’istituzione di municipi di quartiere.</p>
<p>Su questi temi, l’unica nota, risuonata in quel congresso e minimamente pertinente, appare essere la riottosa accettazione del rachitico federalismo regionale &#8212; fantasia senza immaginazione, topolino partorito da quella montagna improbabile che si chiama “pensiero padano”.</p>
<p>Così, attenti anche al dibattito fiorentino che ha preceduto l’intervento conclusivo di Vendola, ciò che ci ha consegnati interi al nostro malessere è l’assenza di ogni riferimento al movimento reale, sia pure in corso di farsi, per la sovranità comunale ovvero la prospettiva dell’autogoverno delle città d’Italia. S’intende qui le città propriamente dette e non la loro degenerazione nella figura delle megalopoli. Infatti, le comunità urbane&#8211; a partire da quelle rurali del Mezzogiorno che hanno, in generale, conservato un rapporto produttivo tra città e campagna&#8211; costituiscono il filo di una soggettività che permane, dipanandosi con continuità lungo tutta la storia della penisola, assai prima che l’episodio unitario desse luogo allo stato nazionale. Per dirla in altri termini, in Italia la dimensione minima della soggettività agente non è il cittadino o l’associazione di cittadini; bensì sono le città. Si è liberi solo se la città dove si abita è libera.</p>
<p>Queste considerazioni valgono in particolare per il Sud, teatro del succedersi, negli ultimi anni, di lotte che hanno spesso finito con l’assumere i modi propri dell’insurrezione urbana&#8211; gli unici in grado di strappare la tela della “governance”; scompaginare, ridicolizzandolo, il ceto politico; e rendere manifeste, agli occhi di tutti, la perdita di autorevolezza e l’incapacità di mediazione della rappresentanza.</p>
<p>Le insurrezioni meridiane, malgrado il loro effimero tempo di vita, hanno posto tuttavia, implicitamente o esplicitamente, la questione della sovranità comunale declinandola, nell’agire, come sovranità sul ricambio organico, sull’energia e sulla mobilità urbana.</p>
<p>Si badi: non è in gioco qui il tema illanguidito della partecipazione; piuttosto si tratta della volontà di essere protagonisti, del cittadino attivo e consapevole che non sopporta più il ruolo di suddito consumatore con diritto di scegliere periodicamente coloro ai quali dovrà obbedienza—rivendicando la sovranità comunale si riappropria così della sua potenza di individuo sociale, capace non solo di partecipare ma di decidere, in risonanza col genius loci, le forme più adeguate e compatibili di socialità urbana, quelle che permettono al numero di cittadini più grande possibile non già di arricchirsi bensì di realizzarsi, di menare una buona vita, secondo la parola del filosofo antico.</p>
<p>III)La transizione italiana e la democrazia diretta.</p>
<p>Le considerazioni che siamo venuti svolgendo, malgrado siano formulate come affermazioni, sono, in verità, delle domande, domande rivolte a Niki Vendola, a Pisapia, ai compagni che collaborano con loro e a quelli tra noi che avvertono in quel che è accaduto alle primarie, a Bari come a Milano, il riapparire, forse, dell’occasione, del tempo giusto per agire tutti insieme. Certo è che le parole di Vendola, perfino quei suoi costrutti letterari quando non barocchi, generano entusiasmo; e questo entusiasmo, raffrontato alla noia che procura l’anodino argomentare di tanti esponenti del centro-sinistra, è un segno che in Niki si riflette, dirò così per fortuna o per destino, una verità comune che spartiamo tutti noi, la cifra che attesta l’autenticità della avventura.</p>
<p>Certo, le nostre non sono le uniche domande che legittimamente possono esser poste al movimento per le primarie; né i temi da noi censiti sono gli unici sui quali quel movimento presenta una pericolosa reticenza—valgano come esempi, la questione del reddito di cittadinanza garantito o , per la formazione universitaria, l’accettazione, conformista e sprovveduta, del rapporto presunto salvifico con l’innovazione e la Big Science.</p>
<p>Noi abbiamo inteso, con questo testo, rispondere all’ appello lanciato da Vendola in qualità di portavoce del movimento per le primarie; e lo facciamo mettendo i piedi nel piatto, introducendo nel dibattito la questione della transizione italiana dalla rappresentanza alla democrazia diretta comunale &#8212; organizzata nella forma consiliare dei delegati con mandato revocabile. Insomma, l’Italia come confederazione delle cento città.</p>
<p>Giso Amendola, Nicola Carella (Centro sociale Mercato Occupato – Bari), Francesco Caruso, Elisabetta Della Corte, Francesco Febbraio  (Radio Ciroma – Cosenza), Don Vitaliano Della Sala, Francesco Ferri (Centro sociale Cloro Rosso – Taranto), Roberta Moscarelli (Aracne – Napoli), Carmine Pace (centro sociale Depistaggio – Benevento), Carlotta Pascale (Cantiere SPA – Salerno), Francesco Pennella (Rouge SPA – Avellino), Franco Piperno, Luca Recano (Caracol – Napoli), Pietro Sebastianelli (Laboratorio Sociale Millepiani – Caserta).</p>
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		<title>Dall&#8217;Irpinia all&#8217;Abruzzo : I terremotati a Sud tra potere e resistenza</title>
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		<pubDate>Sun, 21 Nov 2010 11:51:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Francesco Caruso</dc:creator>
				<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>

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		<description><![CDATA[Era il 23 novembre 1980 quando la terra scosse l&#8217;Irpinia e da allora continuiamo ad andare avanti di emergenza in emergenza. E’ questa la caratteristica governamentale del nostro meridione, dai tribunali speciali della legge Pica alle sempreverdi leggi speciali contro la mafia, il commissariato straordinario per il terremoto in Irpinia si inscrive in perfetta continuità [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=altrosud.wordpress.com&amp;blog=565233&amp;post=262&amp;subd=altrosud&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Era il 23 novembre 1980 quando la terra scosse l&#8217;Irpinia e da allora continuiamo ad andare avanti di emergenza in emergenza.</p>
<p>E’ questa la caratteristica governamentale del nostro meridione, dai tribunali speciali della legge Pica alle sempreverdi leggi speciali contro la mafia, il commissariato straordinario per il terremoto in Irpinia si inscrive in perfetta continuità con la storia politica e sociale del nostro sud.</p>
<p>Finita l&#8217;emergenza colerica del 1974, arrivò il terremoto: dalle macerie dei paesi <span id="more-262"></span>sventrati dell&#8217;Alta Irpinia sgorgò un fiume infinito e incontrollato di denaro pubblico che finì non solo e non tanto nelle casse dei 687 comuni dichiaratisi poi man mano terremotati, ma soprattutto nelle tasche una classe politica e imprenditoriale parassitaria che, come ai tempi del colera, consolidò il suo potere, le sue connivenze criminali e la sua fortuna sulle disgrazie altrui.</p>
<p>Poi madre natura si acquietò per troppo tempo, e allora questa volta la disgrazia e il disastro ambientale toccava costruirselo da sé: non ci volle molto. I cassonetti dei rifiuti iniziarono a tracimare.</p>
<p>Schmitt sembra annunciare l’eterna resurrezione di Gesù Cristo nel meridione, quando circoscrive lo stato di eccezione per la giurisprudenza ad &#8220;un significato analogo al miracolo per la teologia&#8221;.</p>
<p>Forse il giurista principe del Terzo Reich non era a conoscenza dell’eterno miracolo della liquefazione del sangue di San Gennaro ma soprattutto come nel meridione si sia progressivamente accentuato nel corso degli ultimi 150 anni lo “stato di eccezione” come paradigma di governo dominante, a partire dalla costruzione stessa della presunta questione meridionale.</p>
<p>Lo stato di eccezione si presenta in questa prospettiva come una soglia di indeterminazione fra democrazia e assolutismo, tra interessi pubblici e affari privati, nella quale dall’alto si articola nella concentrazione dei poteri dentro le tipologie costitutive dello stato d&#8217;eccezione, dal basso nella restrizione delle libertà e delle garanzie formalmente riconosciute.</p>
<p>Il verticale accentramento verso l&#8217;alto dei processi decisionali che annulla e dissolve le articolazioni amministrative e periferiche dei poteri, ben presto fagocita e polverizza ogni istituzione altra da sé: qui non c’è spazio per complessi e ingegneristici sistemi di governance multilivello, ma una matrice governamentale di controllo discrezionale del potere che disvela la sfida tra assoggettamento e resistenza, tra elitè e subalterni, senza particolari spazi di mediazione.</p>
<p>Dopo il terremoto in Irpinia l’esercito ritorna ad essere un attore politico determinante per la tenuta di un ordine discorsivo dominante fondato sulla presunta neutralità operosa nella mimetica:oggi non spara più come per più di un secolo ha fatto, assassinando i giovani renitenti alla leva quinquennale dei Savoia o i braccianti in lotta per la riforma agraria nel dopoguerra, ma si muove sul terreno della comunicazione politica.</p>
<p>L&#8217;uso dei militari cerca di coprire un vuoto di legittimità prim&#8217;ancora che di consenso, cerca di coprire lo spazio vuoto di diritto che intercorre tra la norma che vige, ma non si applica non avendo più«forza», e gli atti che non hanno valore di legge ma ne acquistano la «forza», uno spazio vuoto sul quale le istituzioni e il governo accampano con arroganza la pretesa di stare ancora e sempre dalla parte della legge pur violandola e stuprandola sistematicamente.</p>
<p>L’emergenza terremoto in Irpinia, l’emergenza rifiuti in Campania, l’emergenza mafia nel sud, l&#8217;emergenza in Abruzzo: dietro la falsa e ingannevole &#8220;neutralità operosa&#8221; della mimetica e l&#8217;ombra minacciosa dei mezzi militari, c’è  il tentativo di occultare il fallimento, la corruzione e il degrado che ha contraddistinto l&#8217;ordinaria gestione straordinaria del mezzogiorno.</p>
<p>Ma quando il re indossa la mimetica e l&#8217;elmetto, in verità si denuda: l&#8217;ostentazione dello stato di crisi e d&#8217;eccezione permanente, mostrando la sovranità nella sua forma elementare e fondativa, con gli abiti cioè del monopolio dell&#8217;uso legittimo della forza, mette a nudo la relazione nascosta che lega violenza e diritto.</p>
<p>Il fantasma della ribellione sociale che si aggira nelle terre del sud è il vero nemico da combattere.</p>
<p>Oggi  in Abruzzo e a Terzigno, ieri in Irpinia; la sfida aperta tra biopolitica e biopotere diventa più accentuata nelle punte più estreme e nelle fasi più acute dello stato di eccezione, disvelando la sua matrice disciplinare di controllo e dominio: e infatti le scosse telluriche hanno sempre contribuito, fin dai tempi del terremoto di Reggio del 1908, a disoccultare ed accentuare i meccanismi di gestione, saccheggio e spartizione nell’intreccio foucultiano tra sicurezza-territorio-popolazione, ma hanno anche scoperchiato e alimentato il vento della ribellione sociale che infatti esplose nei mesi immediatamente successivi al terremoto in Irpinia.</p>
<p>La memoria rimossa delle lotte sociali del dopoterremoto è il punto sul quale dobbiamo volgere la nostra attenzione: un fiume infinito di inchiostro, di inchieste, di studi hanno focalizzato l’attenzione sui meccanismi perversi della shock-economy in salsa meridionale, delle violenze e le prepotenze dei poteri eccezionali, della sua matrice autenticamente criminale, mentre restano nello sfondo, nel ricordo sempre più sbiadito dei protagonisti e nel sempre più difficoltoso reperimento di fonti primarie e secondarie, l’ondata di protagonismo sociale che esplose e accompagnò quei movimenti tellurici.</p>
<p>Le lotte metropolitane dei disoccupati organizzati nei primi anni ottanta, il movimento delle occupazioni di case in Campania, le battaglie dei senza tetto, ma anche il fiorire nei contesti rurali, nel cratere del terremoto, dei comitati di lotta dei terremotati, sono un giacimento immenso di ricchezza, in termini di memoria sociale, che bisogna con cura riannodare e ritrovare in occasione di questi anniversari, come il trentennale del terremoto, prima che vadano definitivamente dispersi.</p>
<p>E’ la storia dei subalterni che le elitè egemoni cercano di cancellare o sussumere dentro gli ordini discorsivi dominanti, il più fastidioso di tutti certamente rinvenibile in quell’atteggiamento postcoloniale che a distanza di trent’anni continua a raccontare e celebrare, come anche in questi giorni avviene in Irpinia, l’impegno sociale e politico in quelle terre martoriate sempre e solo dal punto di vista della pur encomiabile solidarietà accorsa da ogni angolo dell’Italia, rimuovendo invece il protagonismo sociale diretto e autorganizzato di quelle comunità che, nella devastazione del loro territorio, ritrovarono la forza e la percezione della loro potenza sociale.</p>
<p>Di quello non c’è più traccia nella storia ufficiale, nei resoconti giornalistici, nelle celebrazioni istituzionali ed è invece questo il filo rosso che dobbiamo rintracciare, non tanto per ricordare nostalgicamente un&#8217;importante stagione di lotta che ha attraversato i nostri territori, ma per portare il 20 novembre a L’Aquila, alla manifestazione dei comitati dei terremotati abruzzesi, l’estrema attualità di una resistenza dei subalterni che malgrado 150 anni di dominio postcoloniale, ancora non china il capo e, in Irpinia ieri e in Abruzzo oggi, non si rassegna passivamente alla dominazione e al silenzio.</p>
<p> Francesco Caruso</p>
<p>http://www.globalproject.info/it/in_movimento/DallIrpinia-allAbruzzo-I-terremotati-a-Sud-tra-potere-e-resistenza/6451</p>
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		<title>domattina all&#8217;alba sciopero dei migranti contro i caporali</title>
		<link>http://altrosud.wordpress.com/2010/10/07/scioperomigranti/</link>
		<comments>http://altrosud.wordpress.com/2010/10/07/scioperomigranti/#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 07 Oct 2010 13:32:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Francesco Caruso</dc:creator>
				<category><![CDATA[migranti]]></category>

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		<description><![CDATA[DIAMO SOGGIORNO AI DIRITTI Settimana di mobilitazione per i diritti delle e dei migranti L’attacco ai diritti e alla dignità dei migranti, che ha conosciuto la sua pagina più oscura nelle giornate di Rosarno, continua. Il progetto di aprire altri CIE, gli sgomberi e le deportazioni senza alternative dei Rom e Sinti sono solo alcuni [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=altrosud.wordpress.com&amp;blog=565233&amp;post=259&amp;subd=altrosud&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>DIAMO SOGGIORNO AI DIRITTI<br />
Settimana di mobilitazione per i diritti delle e dei migranti</p>
<p>L’attacco ai diritti e alla dignità dei migranti, che ha conosciuto la sua pagina più oscura nelle giornate di Rosarno, continua. Il progetto di aprire altri CIE, gli sgomberi e le deportazioni senza alternative dei Rom e Sinti sono solo alcuni esempi della cronaca di questi giorni di un ulteriore imbarbarimento causato da scelte politiche che considerano i migranti solo come manodopera a buon mercato. L’attacco ai diritti dei migranti è un aspetto dell’attacco ai diritti di tutti.<br />
La crisi è in questo senso il terreno sul quale insieme, migranti e non, possiamo costruire un nuovo orizzonte di lotta, contro la precarietà, per i diritti dei migranti e di tutti.<br />
Per farlo, abbiamo bisogno di guardare alla specificità della condizione dei migranti, alla brutale violenza che caratterizza il governo dei loro corpi e delle loro vite, per costruire una nuova presa di parola collettiva, politica, culturale e sociale, che partendo dall’universalità del diritto rivendica il diritto di voto amministrativo, la cittadinanza basata sullo ius soli per i cittadini migranti, il permesso di soggiorno per uscire dalla clandestinità forzata.<br />
Per questo daremo vita ad una settimana di mobilitazioni  contro lo sfruttamento, il razzimo e la camorra per la regolarizzazione e i diritti così articolata:<br />
8 Ottobre Sciopero dei migranti “Stop Sfruttamento, Diritti e Dignità”– Blocco delle rotonde contro lo sfruttamento e il caporalato. Tra Caserta e Napoli  in tante rotonde i lavoratori immigrati rifiuteranno di lavorare per meno di 50 €.<br />
9 Ottobre &#8211; Corteo contro il razzismo, lo sfruttamento e le camorre a Caserta  per il permesso di soggiorno e i diritti di cittadinanza.<br />
La mobilitazione proseguirà a Roma il 14 e del 15 ottobre, quando daremo vita ad un presidio davanti al Ministero dell’Interno insieme a quanti in tante parti di Italia hanno lottato e aperto vertenze, lanceremo un ponte verso le mobilitazioni contro la precarietà e per i diritti che si svolgeranno in quei giorni, a partire dal corteo contro la crisi indetto dalla Fiom il 16 ottobre che si propone come spazio pubblico comune e quindi come occasione per rimetterci in cammino in tanti, uniti contro la crisi.<br />
Contrastare lo sfruttamento del lavoro nero, con il recepimento della Direttiva Europea 52, applicare ed estendere l’articolo 18 del Testo Unico anche a chi denuncia di essere stato costretto all&#8217;irregolarità del lavoro, ma anche e soprattutto mettere in campo un percorso permanente di emersione che, oltre a dare la possibilità a chi è stato truffato nel corso dell&#8217;ultima sanatoria di ottenere il permesso di soggiorno, offra una uscita generalizzata dalla schiavitù e dallo sfruttamento per centinaia di migliaia di migranti ancora oggi costretti alla clandestinità. Prorogare la durata del permesso di soggiorno, garantire il permesso a chi oggi ha perso il lavoro e fatica a trovarne uno nuovo senza che incomba la minaccia di espulsione. Queste sono alcune delle rivendicazioni che porteremo alle istituzioni locali e direttamente al Ministero dell&#8217;Interno il 15 ottobre a Roma<br />
In queste mobilitazioni vogliamo costruire una forte iniziativa sociale che veda studenti, precari, lavoratrici e lavoratori, cittadine e cittadini italiani e migranti, rispondere insieme a chi sta utilizzando la crisi per annullare le conquiste sociali e riportare la società a un passato in cui vale solo la legge del più forte.</p>
<p>Coordinamento antirazzista di Caserta</p>
<p>Info:  per contribuire alla mobilitazione csaexcanapificio@libero.it  333/4752396 </p>
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		<title>Dalle reti del Sud – una presa di parola altermoderna, autonoma, resistente</title>
		<link>http://altrosud.wordpress.com/2010/10/03/dalle-reti-del-sud-%e2%80%93-una-presa-di-parola-altermoderna-autonoma-resistente/</link>
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		<pubDate>Sun, 03 Oct 2010 19:22:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Francesco Caruso</dc:creator>
				<category><![CDATA[movimenti]]></category>

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		<description><![CDATA[di Giso Amendola, Antonio Musella, Carmine Pace, Giovanni Pagano, Leandro Sgueglia, Pietro Sebastianelli, Alessandro Terra, Tiziana Terranova, Francesco Caruso 1. Il sud e la crisi: il neoliberismo e le zone d’eccezione Le crisi, ci hanno spesso avvertito i teorici del “sistema-mondo” non hanno un impatto omogeneo dovunque. Le crisi presentano geografie complesse, articolazioni discontinue, intensità [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=altrosud.wordpress.com&amp;blog=565233&amp;post=253&amp;subd=altrosud&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Giso Amendola, Antonio Musella, Carmine Pace, Giovanni Pagano, Leandro Sgueglia, Pietro Sebastianelli, Alessandro Terra, Tiziana Terranova, Francesco Caruso</p>
<p>1. Il sud e la crisi: il neoliberismo e le zone d’eccezione</p>
<p> Le crisi, ci hanno spesso avvertito i teorici del “sistema-mondo” non hanno un impatto omogeneo dovunque. Le crisi presentano geografie complesse, articolazioni discontinue, intensità variabili. Questa crisi, in particolare, si distingue per la creazione di zone in cui il neoliberalismo opera con strumenti di eccezione, che associano politiche di disarticolazione sociale ad una forte opera di prelievo delle risorse. N. Klein ha illustrato i brutali movimenti, nelle crisi, della shock economy: si approfitta dell’occasione offerta dalla crisi per abbattere le resistenze sociali e creare il terreno per terapie d’urto che assicurano l’imposizione di politiche ultraliberiste altrimenti impossibili. A. Ong ha parlato significativamente di “neoliberalismo come eccezione” – per illustrare questo ritorno, all’interno del neoliberalismo, alla costruzione di zone di prelievo di risorse e di imposizione di regimi di sfruttamento “eccezionali.”</p>
<p>A leggerla da Sud, la crisi appare come la costruzione del Sud come zona di sfruttamento eccezionale, secondo una lunga tradizione di costruzione della subalternità, e, allo stesso tempo, come l’inserimento del Sud stesso come elemento di piano nella gestione della crisi. L’impatto della crisi, che vuol dire perdita del potere d’acquisto dei salari, disoccupazione, distruzione degli ammortizzatori sociali e del welfare anche su base regionale, ha un impatto a Sud profondamente più devastante ed aggressivo.<span id="more-253"></span> I recenti rapporti dello Svimez (2009 e 2010) ci raccontano di un Sud dove l’aumento esponenziale della povertà ci consegna uno spaccato del mondo del lavoro e del non lavoro profondamente diverso dal Nord del paese. L’impoverimento progressivo dei cittadini meridionali è un dato inconfutabile. Secondo lo Svimez a Sud 1 su 5 non riesce a pagare le bollette delle utenze domestiche, ed 1 su 3 non riesce a pagarsi le cure mediche (rapporto Svimez 2010). Altro dato, che ci sembra consequenziale, è l’aumento esponenziale dell’emigrazione dal Sud verso il Nord e verso l’estero (rapporto Svimez 2009).</p>
<p>Conferma della subaleternità, dunque: e al tempo stesso, trasformazione della subalternità in motore di governo della crisi stessa, oltre che in serbatoio di risorse. Da qui, nei più espliciti, l’elogio di un necessario governo del Nord; nei più accorti – o forse, nei meno consapevoli della consunzione delle categorie dello Stato nazionale oramai irrimediabilmente prodotta dai flussi della globalizzazione – l’appello reiterato alla conservazione di un quadro nazionale “unitario”. La prima posizione elogia senza pudore il saccheggio; la seconda cerca di assicurarne la prosecuzione con le buone maniere, convincendo la “periferia” a comportarsi appunto da luogo marginale. Da questa pseudoalternativa, tra una frantumazione in nome di una violenta espulsione del Sud e una difesa dell’unità nazionale quale paravento per l’assegnazione al Sud di un ruolo marginale/periferico, bisogna scappar fuori.</p>
<p>2.  Né arretrati, né periferici: smontare la costruzione della “subalternità” meridionale</p>
<p>Per venirne fuori, vogliamo elaborare un altro sguardo sul Sud. Cercare quelle strade, nel lavoro vivo del sud, nella sua composizione sociale, come nelle lotte che provano a costruire la resistenza al saccheggio e alla prospettiva di marginalizzazione, che producano uno spazio meridiano sottratto sia all’idea di un Sud periferico e bisognoso d’essere condotto sulla strada del progresso e della modernizzazione (il Sud “in ritardo” che tanto piace ai cantori dello sviluppo) sia all’ipotesi di un Sud irrimediabilmente perduto, destinato ad essere solo territorio di prelevamenti brutali di risorse e dei dispositivi emergenziali (il Sud naturalizzato come necessariamente “inferiore”, oggetto dei più o meno espliciti discorsi neorazzisti).</p>
<p>In primo luogo, occorre sottoporre ad una nuova critica l’idea di sviluppo. Agli ideologi di una idea lineare e a senso unico di sviluppo,  ricorderemo che sviluppo per noi è stato il saccheggio della cassa del mezzogiorno, sviluppo è stata la possibilità per le imprese del nord di venire a costruire cattedrali nel deserto nelle nostre terre, realizzare il 10% dell’opera, incassare i soldi ed andare via (legge 219 del 1981). Dapprima con la cassa del mezzogiorno fino agli ottanta. Poi la subalternita’ si e’ declinata nel considerare le nostre terre come discariche a cielo aperto per abbassare i costi di produzione delle imprese del Nord distruggendo ed avvelenando sistematicamente il nostro territorio.</p>
<p>Oggi la categoria di “sviluppo” sia a destra che nel centro sinistra si declina ancora una volta negli unici equilibri economici conosciuti dai poteri forti. Per troppi sviluppo a sud continuano ad essere le “grandi opere” dalla salerno &#8211; reggio calabria al ponte sullo stretto per ingrossare le tasche degli amici del governo del Nord e delle organizzazioni criminali a loro affiliate (da sottolineare che queste proposte fanno parte del punto sul Sud che Berlusconi ha appena definito nel vertice Pdl). Allo stesso modo gli interessi delle multiutility dagli inceneritoristi (Marcegaglia, Impregilo ecc. ecc.) fino a quello dei privatizzatori dell’acqua (Eniacqua, Caltagirone, Hera, Veolia, ecc. ecc.) rappresentano i vettori di quello “sviluppo” inteso ancora una volta nelle logica di subalternità.</p>
<p>Ed ancora la dismissione del settore manifatturiero del mezzogiorno a cominciare dall’industria dell’auto (Melfi, Pomigliano, Termini Imerese) risultano funzionali al mantenimento delle stesse aziende a Nord sia nei termini della produzione (il mantenimento degli stabilimenti) sia in termini della qualità dei diritti dei lavoratori (vedi accordo di Pomigliano).</p>
<p>Se la critica a  questa visione lineare e “progressista”, monotona e omologante, di sviluppo va condotta con determinazione sino in fondo, svelandone il ruolo di pilastro ideologico nella costruzione della subalternità meridionale, va anche criticata, allo stesso modo, ogni tentazione di produrne il semplice ribaltamento. La critica allo sviluppo non è l’elogio della tradizione o dell’immutabile: discutere la modernità non significa essere “antimoderni”, semmai liberare modi diversi di essere moderni, liberi dall’ideologia dello sviluppo. Niente nostalgie per un Sud mitologicamente incorrotto. Ci rivolgiamo invece ai modi di studiare la produzione di subalternità (ad esempio, quelli condotti dai Subaltern studies), che sviluppando intuizioni gramsciane, finalmente liberate da ogni tradizione storicistica, sappiano individuare – e criticare – i modi in cui la subalternità si costruisce nei discorsi, e nelle forme di vita, degli stessi subalterni. Criticare l’idea di sviluppo significa, in questo senso, evitare che il meridione riproduca la sua subalternità all’infinito, assumendo come lingua per descrivere ed esprimere se stesso la lingua che lo costituisce come periferico. Significa spezzare non solo i discorsi altrui che lo vogliono come periferico, ma anche ogni descrizione di se stesso che accetti questo tipo di discorso, riproducendo autonarrazioni meridionali in termini di periferia, di marginalità, di sottosviluppo. La critica dello sviluppo non significa per nulla autonarrarsi come arretrati o marginali. Se è vero che la composizione sociale del Sud non è assimilabile a quella del nord-est né a quella del nord-ovest, non significa che essa possa essere descritta in termini di residualità o di marginalità: il discrimine Nord/Sud, fuori dall’ideologia sviluppista, può essere ribaltato e reso come spinta conflittuale capace di essere la genesi di un’insorgenza sociale che parta da queste terre e che reintroduca, nelle pratiche, nel linguaggio, nelle categorie, e soprattutto sul piano rivendicativo, la sua meridionalità e dunque la sua specificità.</p>
<p>La chiave di lettura della “subalternità”, intesa proprio come consapevolezza della non residualità e non marginalità, come dispositivo critico che apre alla non accettazione, allo smontaggio critico e alla distruzione pratica della relazione centro/periferia, può aprire alla rilettura di tutta una serie di temi di stretta attualità, a partire dall’utilizzo dei fondi Fas proprio in chiave di mantenimento dell’ideologia dello sviluppo e quindi della perifericità del meridione.</p>
<p>Non marginale, e neppure periferico, il Sud si rivela, spesso proprio nei dispositivi di governo messi in opera da chi vorrebbe riprodurne in eterno la marginalità, pericoloso perché non trattenibile nelle griglie imposte dall’ideologia dello sviluppo e dalle rappresentazioni (e autorappresentazioni) in termini di arretratezza: le sue stesse vecchie e nuove povertà, non riassorbibili da nessun modello sviluppista o industrialista, rivendicano continuamente la costruzione di nuovo welfare, sulle ceneri della consumazione clientelare e corrotta della gestione del vecchio impianto delle politiche sociali. Il punto cruciale diventa allora, nella crisi, creare una produttiva coalizione tra le lotte degli operai e dei lavoratori salariati che vedono in via di rapida precarizzazione sia i livelli salariali che il patrimonio di diritti e di dignità conquistato nel passato, e quelle dei movimenti di chi è completamente fuori dal sistema di welfare fondato sulla centralità del lavoro a tempo indeterminato: i movimenti dei disoccupati, ma anche dei precari e degli studenti. Le modalità degli incontri e delle alleanze tra soggettività diverse, ma tutte accomunate dal rifiuto delle strategie di marginalizzazione progressiva e dalla richiesta di reddito e garanzia di diritti, sono probabilmente ancora da cercare e inventare: ma la costruzione di autonomia a partire da quanto il Sud esprime quotidianamente nelle sue forme di vita, rifiutando ogni modello “trascendentale” di sviluppo imposto dall’alto, è quanto è possibile elaborare, una volta superata l’adozione, anche inconscia, dei discorsi altrui come misura della propria condizione: una volta smontati i meccanismi ideologici di riproduzione e autoriproduzione della propria condizione subalterna, i subalterni possono davvero ricominciare a parlare, con lingua propria.</p>
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		<item>
		<title>Dalla Fiat di Pomigliano, una lezione di disobbedienza sociale</title>
		<link>http://altrosud.wordpress.com/2010/06/27/dalla-fiat-di-pomigliano-lennesima-lezione-noglobal/</link>
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		<pubDate>Sun, 27 Jun 2010 10:43:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Francesco Caruso</dc:creator>
				<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>

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		<description><![CDATA[1673 lavoratori Fiat su 4642 hanno votato No al piano Fiat 2010-2014, spiazzando le previsioni di sindacalisti, ministri, manager, capi e capetti e quanti li volevano docili fino al punto di accettare un piano autoritario, di stampo antioperaio. Quei 1673 no, sono ancora più forti se si pensa al clima che ha attraversato la vicenda [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=altrosud.wordpress.com&amp;blog=565233&amp;post=249&amp;subd=altrosud&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>1673 lavoratori Fiat su 4642 hanno votato No al piano Fiat 2010-2014, spiazzando le previsioni di sindacalisti, ministri, manager, capi e capetti e quanti li volevano docili fino al punto di accettare un piano autoritario, di stampo antioperaio.<br />
Quei 1673 no, sono ancora più forti se si pensa al clima che ha attraversato la vicenda Fiat di Pomigliano.  Il pressing aziendale e mediatico è stato forte: minacce di chiusura dello stabilimento,  dvd e marce aziendali, articoli di pennivendoli felici di potersi lanciare nella difesa del padrone.<br />
Tutto questo coro ossessivo, unanime e bipartisan di incoraggiamento agli operai a filar dritto e a subire passivamente l&#8217;ulteriore schiavizzazione di un rapporto di lavoro già di per sé segnato da sudore e fatica, però non ha funzionato  dinanzi all&#8217;insofferenza di chi ogni giorno  deve far i conti con l&#8217;imprigionamento del proprio corpo nelle cellule asfissianti della produzione automatizzata.<span id="more-249"></span></p>
<p><u>Dalla Fiat lumpenborghese alla Fiat globale</u><br />
Quanto ci sia di realmente operativo in quel piano è difficile da dire: non si tratta solo di porre in discussione la presunta solidità di un piano quadriennale che prevede già in partenza due anni di cassintegrazione o evidenziare l&#8217;inevitabile stagnazione nei periodi di crisi di un mercato delle auto di fascia medio-bassa già di per sè saturo, ma basta sfogliare i documenti sfornati da un management fiat pagato fior di milioni per scoprire come negli ultimi dieci anni i piani di investimento della Fiat a Pomigliano siano rimasti quasi sempre lettera morta, ad eccezione ovviamente di ciò che riguardava il drenaggio continuo di miliardi di denaro pubblico, passati dalla casse pubbliche a quelle della Fiat con le famiglie degli operai brandite come minaccia per aumentare di volta in volta la somma da estorcere.<br />
Nel piano precedente i dirigenti Fiat riuscirono a strappare un impegno di spesa di 3 miliardi di euro allo stato: una somma che divisa per i 5000 operai, avrebbe potuto garantire per i 4 anni del piano ad ogni lavoratore una rendita mensile di 12.000 euro al mese ovvero, 150.000 euro l&#8217;anno per  quattro anni, risparmiando un po&#8217; di lavoro alienante agli operai o il  purgatorio della cassa integrazione.<br />
Soldi che le parsimoniose e ingegnose famiglie degli operai avrebbero investito certamente meglio di molti manager:  Un win for life, che sarebbe stato utile e sensato far vincere agli operai piuttosto che alla Fiat, sapendo, questo è l&#8217;aspetto grave, che quell&#8217;esborso di denaro pubblico all&#8217;azienda non sarebbe stato l&#8217;ultimo.<br />
Ma si sa che il nostro è un mondo strano, nel quale regalare soldi a manager ed imprese si chiama “incentivo allo sviluppo”, invece darli ai bisognosi, ai lavoratori e ai giovani disoccupati diventa “assistenzialismo”.<br />
E&#8217; così si continua a sfornare auto su auto inquinanti, nonostante nelle metropoli come nei piccoli centri, non si sa più dove metterle, e come ripararsi dallo smog.<br />
Ma con la crisi economica che imperversa su scala mondiale, saccheggiando le già dissanguate casse degli stati e con gli assatanati branchi di lupi della finanza che girano tra un indice di borsa all’altro, guidati dai loro capibranco (le agenzie di rating) alla ricerca di un comparto, di un’azienda, di un paese da azzannare e dissanguare al primo segnale di debolezza econometrica, anche la FIAT sembra ormai abbandonare l’approccio tipico della lumpenborghesia parassitaria per lanciarsi nelle sfavillanti opportunità aperte da una globalizzazione neoliberista nella quale la libertà dell’impresa è inversamente proporzionale all&#8217;estensione dei diritti dei lavoratori.<br />
La nuova azienda globale necessita però di corpi docili, cooperazione, comunicazione, partecipazione piena agli obiettivi aziendali, lasciando fuori dai cancelli, per contratto, sembra chiedere Marchionne, il conflitto , quel conflitto che negli anni &#8217;70 faceva saltare sulla sedia sindacalisti, ministri, manager, capi e capetti,  mettendo in discussione l&#8217;intero sistema dello sfruttamento e di gestione del lavoro.<br />
Vogliamo tutto era lo slogan di allora e in quegli anni gli operai non temevano di parlare con la loro voce, non si vedevano le teste basse, gli sguardi che dicevano altro dalle parole durante le interviste, come è successo a Pomigliano.</p>
<p><u>La cellularizzazione estensiva della produzione</u><br />
L&#8217;attacco alla potenza e alla resistenza operaia si è dispiegato dentro e fuori la fabbrica, a partire dalla ristrutturazione post-fordista.<br />
Alla cellularizzazione intensiva che caratterizza la produzione automatizzata, nella quale il dispositivo panottico elettronico e il dispositivo partecipativo si fondono nel tentativo di occultare la matrice disciplinare necessaria all’intensificazione dell&#8217;estrazione di plusvalore relativo, si somma una cellularizzazione estensiva che disperde i gangli della produzione nello spazio globale alla ricerca di corpi docili e a braccia a buon mercato in giro per il mondo, disarticolando quella contiguità dei corpi cooperanti che nella fase del &#8220;fordismo eversivo&#8221; pose strutturalmente in crisi le strategie della valorizzazione capitalistica.<br />
Uno stabilimento contro l&#8217;altro, un territorio contro l&#8217;altro, un operaio contro l&#8217;altro: come nell&#8217;ottocento negli Usa gli operai di mestiere, prima del passaggio dalla manifattura alla fabbrica, utilizzavano l&#8217;ostracismo per isolare e colpire i capitalisti più arroganti ed esigenti lasciandoli senza mano d&#8217;opera, così oggi i ruoli si sono diametricalmente rovesciati.<br />
Tra la Polonia, il Brasile, Termini Imerese e Pomigliano, la Fiat è libera di scegliere chi, come, dove e quanto sfruttare: il potere di inclusione e di esclusione al lavoro &#8211; da sempre costitutivo del modo di produzione capitalistico – si dispiega in tutta la sua drammaticità nel nord come nel sud del mondo,  mettendo in crisi anche quella &#8220;divisione assiale del lavoro&#8221; teorizzata da alcuni studiosi dell’economia-mondo.<br />
Il piano di Marchionne di spostare la produzione della Panda da Tichy a Pomigliano, risponde a questa esigenza: si tratta di verificare la praticabilità di una ridislocazione del rapporto di lavoro all’esterno di quella cornice di protezione sociale già sistematicamente erosa negli ultimi trent’anni, per tentare di disintegrarla definitivamente attraverso il modello ben collaudato nei nostri territori di governance dell’ “emergenza permanente”, nel quale l’eccezione temporanea diventa progressivamente norma strutturale.<br />
Del resto il contesto storico-geografico meridionale appare ai dirigenti FIAT il terreno più congeniale per tentare di riconfigurare i diritti del lavoro come indegne concessioni ad una piccola casta di privilegiati, per altro fannulloni e assenteisti. A fronte di milioni di coetanei precari e disoccupati che non hanno mai conosciuto e mai conosceranno il diritto allo sciopero, le ferie pagate o i contributi pensionistici, bisogna evidenziare il solco tra garantiti e non garantiti per poter meglio minacciare i primi di far la fine dei secondi: disarticolare la classe avversa si sarebbe detto un tempo (non certo ora che l&#8217;unico soggetto rimasto ancora a praticare la lotta di classe è la confindustria), per far capire ai lavoratori di Pomigliano la necessità di farsi spremere ancora un pò di più per ripagare la magnanimità di un padr(on)e che riporta la fabbrica nel proprio paese.<br />
Da questo punto di vista i diversi stabilimenti Fiat insediatisi nei decenni scorsi nel meridione per drenare denaro pubblico &#8211; Cassino, Termoli, Melfi, Pratola Serra, Val di Sangro, Termini Imerese, Pomigliano &#8211; o si trasformano in vere e proprie maquilladoras oppure, dopo aver smantellato Arese e Mirafiori, la Fiat provvederà al trasferimento ancora più a sud  dei suoi impianti fissi di produzione.<br />
La maledetta globalizzazione ora appare in modo chiaro come strategia di accumulazione di capitale/impoverimento generalizzato, anche agli occhi di una parte dei suoi estimatori che ne decantavano solo pochi anni addietro le sue magnifiche potenzialità in termini di “esportazione” di diritti, progresso e democrazia, e che oggi scoprono come la tendenza sia esattamente l&#8217;inversa, cioè l&#8217;&#8221;importazione&#8221; di schiavismo e sfruttamento selvaggio.</p>
<p><u>L&#8217;operaio meridionale e la fabbrica postfordista</u><br />
Ma il problema è che i circuiti della produzione integrata oggi hanno bisogno non solo della pacificazione ma anche della complicità operaia. Si tratta allora di capire se a Pomigliano i due anni di cassintegrazione siano stati sufficienti per rimetterli in riga: troppo assenteismo, bassa produttività, ma soprattutto scarso spirito di identificazione e &#8220;collaborazione&#8221; aziendale, cioè quei punti di forza della lean production che all&#8217;interno di un modello organizzativo just-in-time diventano, per la sua estrema vulnerabilità, non solo importanti ma imprescindibili.<br />
In questo senso la sfida lanciata da Marchionne agli operai è una sfida culturale, prim&#8217;ancora che economica ed una percentuale bulgara di sostegno all&#8217;accordo diventa l&#8217;elemento discriminante di valutazione: la Fiat non ha più bisogno esclusivamente della forza bruta delle braccia ma anche dell&#8217;autoattivazione del cervello per il controllo e il perfezionamento della produzione robotizzata.<br />
Ha bisogno non solo che l&#8217;ordine imposto si faccia norma, ma soprattutto che tale norma diventi valore.<br />
Disciplinamento, ma anche autodisciplinamento, per succhiare con maggiore intensità la linfa vitale del lavoro vivo: o la <i>&#8220;razza barbarica del meridione, naturalmente protesa all&#8217;ozio dal torpore del sole mediterraneo&#8221;</i>, per dirla con Niceforo, si piega ai ritmi e alla cultura del produttivismo toyotista, alla metrica selvaggia del tmc2 e dell&#8217;Ergo-UAS che mette a valore ogni microsecondo e ogni respiro degli operai, oppure cercherà nei tanti altri sud del mondo la forza-lavoro di cui necessita.<br />
Il 38% dei lavoratori Fiat l&#8217;ha mandato letteralmente &#8220;a quel paese&#8221; ma anche tanti altri che hanno votato &#8220;sì&#8221; sanno bene che si ingegneranno e si autoattiveranno tutto il giorno, dentro e fuori la fabbrica, ma non per migliorare la produzione quanto per sperimentare e trovare altre tattiche di microresistenza per sottrarsi alla &#8220;disciplina al ritmo delle macchine&#8221; tanto agognata da Marchionne.<br />
Sarà che forse da queste parti son già trent&#8217;anni che lor signori raccontano bugie e cercano di intimidire sul ricatto del lavoro, che ormai li si ascolta con un certo disincanto anche quando promettono il ritorno della produzione della Pandra a Pomigliano.<br />
Abbiamo ancora sotto i nostri occhi i catastrofici risultati di quei tentativi di trapiantare il progresso industriale nel meridione, conficcando con scrupolosa prefidia mostri fumanti che ancor oggi continuano a sfornare solo veleni e cassintegrazione nel cuore di quelle bellezze naturali che erano le baie  di Taranto, Gela, Bagnoli, Crotone.<br />
Per non parlare dei fiumi di miliardi spesi nel meridione in nome e per conto dei milioni di disoccupati che tali sono rimasti, a fronte dei tanti capannoni vuoti e delle tante tasche piene di un ceto politico parassitario che oggi senza pudore trova ancora il coraggio per rivendicare più soldi e investimenti per il mezzogiorno.<br />
Il signor Marchionne ha studiato e lavorato in Canada, in Svizzera e negli Stati Uniti e non si fà capace di quel no tanto esteso a Pomigliano.<br />
Per lui è naturale che gli operai producano migliaia di automobili durante il proprio turno di lavoro ma a fine giornata se ne debbano tornare a piedi. Agli operai di Pomigliano, a chi vive e schiatta sulla catena di montaggio, questa appropriazione privata del prodotto del lavoro altrui ha invece sempre puzzato tanto di fregatura: non hanno sfogliato i bilanci della Fiat e le tavole statistiche sul costo del lavoro del biennio scorso per comprendere come allo stato attuale solo con i primi 40 minuti di lavoro producono il valore della propria forza lavorativa, mentre tutto il resto è estorto da Marchionne, il quale ora pretende di aumentare ancor di più il suo &#8220;pizzo&#8221;.<br />
Hanno detto No un gran numero di operai Fiat e il loro NO è stata una grande lezione di dignità.</p>
<p><u>Il noi e il loro oltre l&#8217;eurocentrismo</u><br />
Alzando lo sguardo oltre la provincia italiana però possiamo rileggere l&#8217;esito del referendum di Pomigliano da una angolatura differente che probabilmente ci aiuta a comprendere meglio, in tutta la sua complessità, le strategie transnazionali della controparte padronale.<br />
Basta sfogliare i giornali polacchi in questi giorni per scoprire come se è vero che il 36% di No irrita Marchionne in Italia, è anche vero che il 62% di Si lo ringalluzzisce in Polonia: questa maggioranza troppo striminzita in Italia è invece sufficientemente adeguata per essere brandita nei confronti degli operai polacchi che in questi anni hanno trovato finalmente il coraggio e la forza di avviare percorsi di sindacalizzazione e di lotta contro le loro condizioni disumane di lavoro.<br />
Per evitare il trasferimento della produzione della Panda a Pomigliano e la chiusura dello stabilimento di Tichy, Marchionne pretenderà dagli operai polacchi di andare oltre le attuali 48 ore settimanali pagate meno di 400 euro al mese, per estorcere condizioni ancora più selvagge di sfruttamento.<br />
Morale della favola: fino a quando i padroni si muoveranno sul piano globale mentre l&#8217;azione dei lavoratori e dei sindacati &#8211; che siano autonomi, autorganizzati o confederali &#8211; resterà invece imbrigliata nella dimensione  nazionale, il rischio è che il conflitto capitale/lavoro troverà sempre vincente il primo e succube il secondo.<br />
Al di là della centralità o meno di questa contraddizione, dell&#8217;immaterialità o meno della sua configurazione tendenziale, su questo terreno si gioca la sfida di una fuoriuscita dalla crisi che non si traduca esclusivamente nel rafforzamento dei circuiti della valorizzazione ma sappia invece cogliere, per declinarli operativamente in termini di conflitto, i lineamenti dicotomici di quello slogan che riecheggia negli ultimi mesi nelle piazze di tutto il mondo: &#8220;noi la vostra crisi non la paghiamo&#8221;. </p>
<p>cosenza, 26 giugno 2010</p>
<p>*Francesco Caruso</p>
<br />  <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/altrosud.wordpress.com/249/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/altrosud.wordpress.com/249/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/altrosud.wordpress.com/249/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/altrosud.wordpress.com/249/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gofacebook/altrosud.wordpress.com/249/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/facebook/altrosud.wordpress.com/249/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gotwitter/altrosud.wordpress.com/249/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/twitter/altrosud.wordpress.com/249/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/altrosud.wordpress.com/249/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/altrosud.wordpress.com/249/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/altrosud.wordpress.com/249/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/altrosud.wordpress.com/249/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/altrosud.wordpress.com/249/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/altrosud.wordpress.com/249/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=altrosud.wordpress.com&amp;blog=565233&amp;post=249&amp;subd=altrosud&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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		<title>elenco manifestazioni contro la strage israeliana di oggi</title>
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		<pubDate>Mon, 31 May 2010 15:46:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Francesco Caruso</dc:creator>
				<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>

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		<description><![CDATA[31 MAGGIO 2010 Arezzo: ore 19 davanti alla Prefettura Benevento: ore 18 &#8211; davanti alla Prefettura Bergamo ore 18.00 Piazza Vittorio Veneto Bologna: ore 17.00 in piazza Maggiore Cagliari: ore 18:00 al Bastione Empoli : ore 18:30 in Piazza della Vittoria Ferrara: ore 18:30 Piazza Trento Trieste Firenze ore 17.00 davanti a prefettura Genova: ore [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=altrosud.wordpress.com&amp;blog=565233&amp;post=246&amp;subd=altrosud&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>31 MAGGIO 2010<br />
Arezzo: ore 19 davanti alla Prefettura<br />
Benevento: ore 18 &#8211; davanti alla Prefettura<br />
Bergamo ore 18.00 Piazza Vittorio Veneto<br />
Bologna: ore 17.00 in piazza Maggiore<br />
Cagliari: ore 18:00 al Bastione<br />
Empoli : ore 18:30 in Piazza della Vittoria<br />
Ferrara: ore 18:30 Piazza Trento Trieste<br />
Firenze ore 17.00 davanti a prefettura<br />
Genova: ore 18.00 davanti alla Prefettura<br />
Grosseto: ore 18 davanti a prefettura<br />
L&#8217;Aquila ore 18.00 rotonda della Guardia di Finanza<br />
Lecce ore 18:30 in Piazzetta De Pace<br />
Lecco ore 18.00 davati al comune<br />
Livorno ore 18.00 Piazza Grande<br />
Mantova ore 18 davanti alla prefettura<br />
Milano: ore 18.00 in piazza San Babila<br />
Modena ore 17 sotto la Ghirlandina<br />
Napoli: ore 17 piazza Plebiscito<br />
Novara: ore 18 alla prefettura<br />
Padova: ore 17:30 davanti alla prefettura<br />
Parma ore 18.00 in Piazzale della Pace<br />
Perugia: ore 18 Piazza Italia<br />
Pisa: ore 17.00 in piazza xx Settembre<br />
Pesaro &#8211; ore 18.30 davanti al Comune<br />
Reggio Emilia &#8211; ore 19 Piazza Prampolini<br />
Treviso &#8211; ore 18.00 davanti alla Prefettura<br />
Roma, ore 17.00 piazza San Marco<br />
Salerno: ore 18 corso Vittorio Emanuele (ex cinema Capitol)<br />
Savona ore 18:00 piazza Mameli<br />
Siena ore 18:00 davanti alla prefettura<br />
Torino: ore 17.00 davanti a palazzo Nuovo<br />
Trieste, 17.30 in Piazza Unità<br />
Urbino ore 18:00 Piazza della Repubblica<br />
Varese ore 17 davanti alla prefettura<br />
Venezia ore 17.00 &#8211; Ponte di Rialto<br />
Viareggio ore 17 davanti al comune<br />
Vicenza &#8211; ore 18.30 davanti alla Prefettura</p>
<br />  <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/altrosud.wordpress.com/246/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/altrosud.wordpress.com/246/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/altrosud.wordpress.com/246/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/altrosud.wordpress.com/246/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gofacebook/altrosud.wordpress.com/246/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/facebook/altrosud.wordpress.com/246/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gotwitter/altrosud.wordpress.com/246/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/twitter/altrosud.wordpress.com/246/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/altrosud.wordpress.com/246/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/altrosud.wordpress.com/246/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/altrosud.wordpress.com/246/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/altrosud.wordpress.com/246/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/altrosud.wordpress.com/246/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/altrosud.wordpress.com/246/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=altrosud.wordpress.com&amp;blog=565233&amp;post=246&amp;subd=altrosud&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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		<title>5 giugno: tutti in piazza a Roma. La crisi la paga chi l&#8217;ha provocata</title>
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		<pubDate>Thu, 27 May 2010 14:48:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Francesco Caruso</dc:creator>
				<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>

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		<description><![CDATA[Il durissimo conflitto che si svolge in Grecia ha una importanza cruciale per le sorti dell’Europa sociale, per le condizioni di vita dei salariati, dei settori popolari, dei più deboli e indifesi tra i cittadini, per il futuro dei servizi pubblici, dei beni comuni, delle pensioni. E’ una lotta difficile contro la violenza di uno [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=altrosud.wordpress.com&amp;blog=565233&amp;post=241&amp;subd=altrosud&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il durissimo conflitto che si svolge in Grecia ha una importanza cruciale per le sorti dell’Europa sociale, per le condizioni di vita dei salariati, dei settori popolari, dei più deboli e indifesi tra i cittadini, per il futuro dei servizi pubblici, dei beni comuni, delle pensioni. E’ una lotta difficile contro la violenza di uno spietato sistema capitalistico che vorrebbe il fallimento economico e sociale di una intera nazione, un ulteriore impoverimento e perdita di diritti per milioni di lavoratori, disoccupati, pensionati e giovani.<br />
Ma anche di noi parla la drammatica situazione del popolo ellenico perché l’attacco ai settori popolari, ai servizi sociali e ai beni comuni sta avvenendo in tutta Europa, anche se per il momento non nelle stesse spietate dimensioni greche. E parla ai salariati, ai precari, ai disoccupati, ai pensionati italiani, che nell’ultimo biennio sono stati ulteriormente spremuti dal potere economico e politico, con milioni di licenziati e cassaintegrati cui a breve scadrà ogni forma di ammortizzatore sociale, con il dilagare di un <span id="more-241"></span>precariato senza speranze, con tagli impressionanti dei servizi sociali, con un massacro nella scuola pubblica (41 mila posti di lavoro in meno per settembre) e  l’espulsione in massa del precariato scolastico, con l’incessante attacco al pubblico impiego, con la  crescita a dismisura dell’evasione fiscale e con il dilagare della corruzione, mentre la pressione del fisco sui salari e sulle pensioni diventa intollerabile.<br />
In più, il governo vuole imporre una nuova legislazione del lavoro (il Collegato al Lavoro, in formale riscrittura dopo il rinvio di Napolitano alle Camere) per togliere le residue garanzie giuridiche a milioni di lavoratori eliminando il freno dell’art.18 dello Statuto dei Lavoratori, attraverso l’arbitrato concertato con i sindacati complici; e annuncia ulteriori attacchi al diritto di sciopero, continuando a negare rappresentanza e diritti ai sindacati di base, nonché la riscrittura dello Statuto dei lavoratori per cancellarne definitivamente funzione e portata.<br />
In questo momento il popolo greco  rappresenta l’avanguardia europea della lotta contro l’arroganza di un capitalismo che ha portato l’Europa e il mondo nella più catastrofica crisi economica del dopoguerra e che, ciò malgrado, impone che a pagare non siano quelli che la crisi l’hanno provocata ma coloro che l’hanno subita e che da sempre pagano per tutti. L’”aiuto” che i partner europei della Grecia promettono assomiglia all’intervento di un medico che per evitare le sofferenze di una colica renale dia al paziente pasticche di cianuro. Ma qualcosa di simile si prepara per altri paesi europei, tra cui l’Italia: come in Grecia, si annunciano riduzioni salariali, blocco della contrattazione e congelamento dei contratti nazionali, elevamento dell’età pensionabile e drastica riduzione delle pensioni, abolizione di ogni garanzia contro i licenziamenti, massicci tagli di posti di lavoro nella scuola e in tutto il settore pubblico. E questo dopo che i governi europei e dei principali paesi capitalistici del globo hanno dilapidato centinaia di miliardi di euro o dollari per soccorrere banche e imperi finanziari in bancarotta, principali responsabili della crisi globale.<br />
In Italia come in Grecia, sperare che l’accettazione dei tagli e dei licenziamenti serva a far passare la crisi sarebbe suicida. L’unica via di salvezza è la crescita rapida della solidarietà e dell’unità nella lotta contro i poteri economici e politici europei che vogliono continuare a far pagare i costi della crisi ai salariati e ai settori popolari. Solo una generale mobilitazione europea, coordinata dalle forze anti-liberiste, da coloro che ritengono possibile un altro mondo non fondato sul profitto, sulla mercificazione globale e sul dominio del mercato, in una stretta alleanza tra forze sindacali alternative, politiche e sociali, può modificare il corso degli eventi.<br />
In questa direzione, nel quadro di una indispensabile stagione di lotte, scioperi e mobilitazioni, promuoviamo per il 5 giugno una manifestazione nazionale a Roma e la proponiamo a tutte le strutture sociali, sindacali e politiche che si battono contro le catastrofiche ricette di “uscita dalla crisi” del potere economico e politico europeo e italiano. La mobilitazione popolare in corso in Grecia deve diffondersi in tutta Europa, coordinarsi, trovare tempi e modi coincidenti, luoghi di incontro, programmi comuni. E come primo passo intendiamo proporre che il 5 giugno sia una giornata di mobilitazione europea, con manifestazioni nelle varie capitali, a fianco del popolo greco in lotta, per la difesa delle conquiste sociali dei lavoratori/trici europei, perché la crisi sia pagata da chi l’ha provocata.</p>
<p>Impediamo la Finanziaria- massacro</p>
<p>NO ai licenziamenti, all’attacco alla spesa sociale e ai lavoratori pubblici, SI alla tutela dei pensionati, dei precari, dei disoccupati.</p>
<p>Cancellazione del Collegato Lavoro, dei tagli nella Scuola e nei servizi pubblici.</p>
<p>Tassiamo i grandi patrimoni e le operazioni finanziarie; non un euro o un posto di lavoro in meno per salvare banche, finanzieri e padroni.</p>
<p>Respingiamo l’attacco al diritto di sciopero, ai diritti sindacali e del lavoro, ai contratti, alle pensioni, ai beni comuni.</p>
<p>A fianco dei lavoratori greci ed europei in lotta.</p>
<p>Confederazione COBAS<br />
USB – Unione Sindacale di Base</p>
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			<media:title type="html">Francesco Caruso</media:title>
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		<title>Massimo Tartaglia: l&#8217;ennesimo pazzo nelle stalle di Montelupo?</title>
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		<pubDate>Fri, 18 Dec 2009 00:34:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Francesco Caruso</dc:creator>
				<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>

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		<description><![CDATA[Non sono i popoli a dover aver paura dei propri governi, ma i governi che devono aver paura dei propri popoli&#8221;. Thomas Jefferson PROLOGO NEL MONDO VIRTUALE [16 giugno 2007. Berlusconi, nel rispondere ad una sua sostenitrice che vuole sapere come far cadere il governo Prodi, dice: "ci vorrebbe un regicidio". Le agenzie rilanciano l'incauta [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=altrosud.wordpress.com&amp;blog=565233&amp;post=236&amp;subd=altrosud&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Non sono i popoli a dover aver paura dei propri governi,<br />
ma i governi che devono aver paura dei propri popoli&#8221;.<br />
Thomas Jefferson </p>
<p>PROLOGO NEL MONDO VIRTUALE<br />
[16 giugno 2007. Berlusconi, nel rispondere ad una sua sostenitrice che vuole sapere come far cadere il governo Prodi, dice: "ci vorrebbe un regicidio". Le agenzie rilanciano l'incauta battuta e dopo solo pochi minuti ecco mettersi diligentemente in fila nel mondo virtuale dei mass-media, tutti i grandi e piccoli inamovibili attori del teatrino della politica, per recitare l'intercambiabile ruolo dell'esaltatore del bene proprio e del drammaturgo del male altrui].</p>
<p>13 dicembre 2009.<br />
Il regicidio poteva prender corpo, ma forse svanisce per pochi centimetri.<br />
Berlusconi è ferito. Che sia il manifestarsi dell&#8217;onere della prova riservato periodicamente al potere carismatico, quel potere che lacera inesorabilmente il corpo sociale tra avversari e sostenitori, ma ne pretende al tempo stesso una sua rappresentazione univoca come potenza trascendentale di propria legittimazione?<br />
Vedremo. Certamente il volto insanguinato ci disvela quella sorta di &#8220;biopolitica del regicidio&#8221; che cerca di ricondurre alla fragilità umana colui il quale tenta di trascendere da essa: ma oggi il potere pastorale in grado di elevare il regicidio a strumento ultimo di riaffermazione e perfezione democratica si è dissolto nelle strategie della governamentalità tardo-liberale che già lo ritraducono in un volano per l&#8217;ulteriore accentuazione dei dispositivi di controllo e sussunzione.<br />
Alla dimensione verticale del regicidio segue da sempre l&#8217;orizzontalità del dispiegamento massiccio degli strumenti della repressione.<br />
Storia vecchia questa, se non antichissima.<br />
Il regicida invece è sempre e comunque un rietto da rimuovere.<br />
Come i suoi più illustri precedessori, Gaetano Bresci, Pietro Acciarito, Giovanni Passannante, anche per Massimo Tartaglia c&#8217;è sempre la medesima spiegazione &#8220;scientifica&#8221; che rigetta il regicidio all&#8217;esterno del mondo della ragione: la follia.<span id="more-236"></span><br />
Non certo la follia come &#8220;giusta direttiva discussa da una prospettiva differente&#8221;, ma la follia come espulsione ed esclusione di un atteggiamento, di una personalità, di un pensiero: non c&#8217;è la massima visibilità dei supplizi pubblici riservati in altri tempi ai regicidi, ma all&#8217;inverso il silenzio degli internamenti manicomiali dove seppellire questi scarti umani.<br />
In questi luoghi oscuri e &#8220;disumani&#8221; Massimo Tartaglia ritrova per assurdo, a distanza di oltre un secolo, lo stesso destino e gli stessi spazi che hanno segnato la vita e la morte di Bresci, Acciarito e Passannante.<br />
Se la riforma Basaglia ha provveduto a chiudere i manicomi, restano infatti in Italia 5 istituti per i &#8220;pazzi criminali&#8221;: sono gli OPG, gli ospedali psichiatrici giudiziari, veri e propri lager nei quali gli internati sono costretti a subire pratiche folli (queste sì!) di assistenza e di &#8220;correzione&#8221; come la contenzione fisica &#8211; settimane e settimane immobilizzati ad un letto con le caviglie dei piedi e i polsi delle mani legate, un buco al centro per i bisogni fisiologici e tanti, tanti psicofarmaci &#8211; e altre forme di &#8220;assistenza psichiatrica&#8221;.<br />
Uno dei 5 OPG attuali è in funzione dal 1866 come casa correzionale, una bellissima villa Medicea sulle colline intorno Firenze: in quelle che furono le stalle dei cavalli di questa residenza estiva di Ferdinando II dei Medici, da oltre un secolo vengono rinchiusi i &#8220;pazzi&#8221;.<br />
In quei tuguri nascosti dalle alte mura del castello, trovarono fame, torture e morte gli ultimi regicidi del regno di Savoia, come Passannante nel 1910, Pietro Acciarito nel 1943.<br />
Oggi l&#8217;incauto avvocato di Tartaglia ha ripresentato, dopo il rigetto del GIP, l&#8217;istanza di trasferimento del detenuto presso un ospedale psichiatrico giudiziario: che finisca anch&#8217;egli internato nelle celle-stalle di Montelupo Fiorentino?</p>
<p>Francesco Caruso</p>
<p>16 dicembre 2009</p>
<p>tratto dal prox numero<br />
de &#8220;La voce delle Voci&#8221;</p>
<br />  <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/altrosud.wordpress.com/236/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/altrosud.wordpress.com/236/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/altrosud.wordpress.com/236/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/altrosud.wordpress.com/236/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gofacebook/altrosud.wordpress.com/236/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/facebook/altrosud.wordpress.com/236/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gotwitter/altrosud.wordpress.com/236/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/twitter/altrosud.wordpress.com/236/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/altrosud.wordpress.com/236/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/altrosud.wordpress.com/236/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/altrosud.wordpress.com/236/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/altrosud.wordpress.com/236/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/altrosud.wordpress.com/236/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/altrosud.wordpress.com/236/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=altrosud.wordpress.com&amp;blog=565233&amp;post=236&amp;subd=altrosud&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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		<title>Ma quale Francesco Caruso a capo del Forum delle Culture del comune di Napoli??</title>
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		<pubDate>Tue, 13 Oct 2009 16:22:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Francesco Caruso</dc:creator>
				<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>

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		<description><![CDATA[Sono costretto mio malgrado a scrivere questa breve nota per smentire &#8220;indiscrezioni&#8221; pubblicate nei giorni scorsi da alcuni giornalisti poco attenti. Io non ho nulla a che fare e mai avrò nulla a che fare con il FORUM DELLE CULTURE 2013 promosso dal Comune di Napoli. L&#8217;unica relazione che riesco a immaginarmi con un simile [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=altrosud.wordpress.com&amp;blog=565233&amp;post=228&amp;subd=altrosud&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Sono costretto mio malgrado a scrivere questa breve nota per smentire &#8220;indiscrezioni&#8221; pubblicate nei giorni scorsi da alcuni giornalisti poco attenti.<br />
Io non ho nulla a che fare e mai avrò nulla a che fare con il FORUM DELLE CULTURE 2013 promosso dal Comune di Napoli.<br />
L&#8217;unica relazione che riesco a immaginarmi con un simile carrozzone è la contestazione di piazza contro le politiche di speculazione urbanistica e di drenaggio di denaro pubblico che si appresta a mettere in campo.<br />
Pensare di delegare la gestione della cultura ad un manipolo di professionisti della politica e della burocrazia non solo è pura follia tardo-sovietica o giacobino-savoiarda, ma rientra in quella dinamica di rimodellamento della governance locale che qui al sud assume i contorni indigeribili di una sorta di &#8220;neoliberismo clientelare&#8221;.<br />
Che ruolo possa avere io in una simile vicenda è presto detto: l&#8217; &#8220;ex-noglobal Francesco Caruso, attuale ambasciatore presso l&#8217;Unesco&#8221; non esiste.<br />
C&#8217;è un Francesco Caruso di troppo<span id="more-228"></span>: Francesco Caruso &#8211; il neodirettore di questo carrozzone &#8211; è infatti un alto funzionario della diplomazia internazionale, ieri ambasciatore in Svezia, oggi rappresentante dell&#8217;Italia presso l&#8217;Unesco, che con i &#8220;no-global&#8221; non ha nulla a che spartire se non la sventura di avere lo stesso nome del sottoscritto.<br />
Non ci sarebbe nemmeno il bisogno di chiarire ciò, vista la disistima e la diffidenza reciproca che segna la distanza tra me e i signori di palazzo san giacomo. Eppure sul vostro giornale continuate a scrivere l&#8217; &#8220;ex-noglobal Francesco Caruso a capo del FORUM DELLE CULTURE 2013&#8243; , mettendo in imbarazzo entrambi i Francesco Caruso: non so sè è perfidia o ignoranza, ma in ogni caso vi chiedo di chiarire e rimediare al vostro grossolano errore.<br />
Per quanto nelle vostre redazioni possa apparire strano, visto il contesto locale dove il travaso e l&#8217;interscambio costante tra ruoli politici e incarichi di &#8220;sottobosco istituzionale&#8221; accompagna da decenni il ciclo della professionalizzazione della politica, io non ho alcuna carica pubblica, nè ruolo di partito, nè incarico istituzionale: svolgo semplicemente il mio dottorato di ricerca all&#8217;università e, per quanto precario e sottopagato (700 euro al mese e con scadenza 2012), lo faccio con la dignità di chi non deve dare conto e dire grazie a nessuno.<br />
Personalmente credo infatti che questa professionalizzazione politico-burocratica sia una delle basi fondamentali di quel processo di disintegrazione e di autocannibalizzazione che ha segnato la recente involuzione dei partiti politici della sinistra nel nostro paese.<br />
Perciò guardo con sempre più perplessità e distacco alle dinamiche di autodistruzione della sinistra politica: preferisco &#8220;sporcarmi le mani&#8221; con umiltà nelle dinamiche di conflittualità sociale, nella convinzione che solo dentro le movenze dell&#8217;autorganizzazione sociale sia possibile rintracciare e costruire spazi costituenti di soggettivazione altri e alternativi ai disastri del capitalismo contemporaneo.<br />
Alcun anni fà ero diventato per alcuni giornali un ricco latifondista, oggi per fortuna in tono minore sono più semplicemente un membro di un consiglio di amministrazione: vorrei anche evitare di rispondere pubblicamente a quest&#8217;ennessima stupidaggine ma purtroppo nella degenerazione culturale di questo paese nel quale una menzogna diventa verità ripetendola non più mille volte ma anche una sola volta in TV, sono costretto a chiedervi la pubblicazione di questa rettifica.<br />
Nella speranza di non trovare più ospitalità sul vostro giornale, vi porgo i miei più sinceri saluti.</p>
<p>Francesco Caruso<br />
(quello &#8220;noglobal&#8221;, forse è meglio specificarlo) </p>
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		<title>LA LEGGE E&#8217; UGUALI PER TUTTI? MA VA LA&#8217;&#8230;.</title>
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		<pubDate>Fri, 09 Oct 2009 14:03:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Francesco Caruso</dc:creator>
				<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>

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		<description><![CDATA[Le pesantissime condanne in corte di appello di oggi a Genova per i manifestanti contro il g8 lanciano un messaggio assurdo e inquietante: la prossima volta meglio assassinare qualcuno piuttosto che rompere una vetrina. La giustizia italia condanna infatti l&#8217;agente Spaccarotella a solo 6 anni di reclusione per l&#8217;omicidio di Gabriele Sandri, ma anche a [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=altrosud.wordpress.com&amp;blog=565233&amp;post=226&amp;subd=altrosud&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Le pesantissime condanne in corte di appello di oggi a Genova per i manifestanti contro il g8 lanciano un messaggio assurdo e inquietante: la prossima volta meglio assassinare qualcuno piuttosto che rompere una vetrina.<br />
La giustizia italia condanna infatti l&#8217;agente Spaccarotella a solo 6 anni di reclusione per l&#8217;omicidio di Gabriele Sandri, ma anche a 3 anni e 6 mesi per gli agenti colpevoli dell&#8217;assassinio di Federico Aldrovandi.<br />
E invece per i manifestanti contro il g8 di Genova si arriva a condanne a 16 anni di carcere.<br />
Come se non bastassero le assoluzioni di De Gennaro e dei veri registi delle violenze di Genova, la corte d&#8217;appello vuole rimarcare l&#8217;uso di due pesi e due misure che non fanno altro che smentire e smascherare l&#8217;ipocrisia che si nasconde dietro la scritta che compare in ogni aula di tribunale: LA LEGGE E&#8217; UGUALE PER TUTTI.</p>
<br />  <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/altrosud.wordpress.com/226/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/altrosud.wordpress.com/226/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/altrosud.wordpress.com/226/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/altrosud.wordpress.com/226/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gofacebook/altrosud.wordpress.com/226/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/facebook/altrosud.wordpress.com/226/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gotwitter/altrosud.wordpress.com/226/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/twitter/altrosud.wordpress.com/226/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/altrosud.wordpress.com/226/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/altrosud.wordpress.com/226/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/altrosud.wordpress.com/226/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/altrosud.wordpress.com/226/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/altrosud.wordpress.com/226/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/altrosud.wordpress.com/226/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=altrosud.wordpress.com&amp;blog=565233&amp;post=226&amp;subd=altrosud&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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