AltroSud, il Blog/Shock di Francesco Caruso, scosse di defribillazione scritta per far riprendere i cuori a battere e le menti a pensare


IL CETO POLITICO MERIDIONALE TRA AFFARISMO, CORRUZIONE E PARASSITISMO POLITICO

Se nel profondo nord il degrado politico veste ormai da anni quelle goffe camice verdi che scimmiottano le inquietanti tuniche bianche del Ku Klux Klan, nel nostro sud, invece, il degrado umano della politica indossa i più prosaici vestiti taglia XXL di Sergio De Gregorio.
In verità non mancano di certo l’interscambio e la contaminazione geoculturale
tra i due modelli, con gli sceriffi del PD alla De Luca che fomentano il razzismo in nome di una presunta salernitanità; oppure i leghisti alla Garini che intascano tangenti sugli appalti. Tuttavia, non possiamo negare come i Sergio De Gregorio o i Riccardo Villari di oggi siano prodotti tipici locali meridionali, così come i vari e tanti personaggi politici del partito democratico -recentemente finiti in manette-, o i sottosegretari di stato appartenenti al clan dei Casalesi prima ancora che ad un partito, siano anch’essi non certo una novità storica o un’anomalia nel contesto politico del mezzogiorno.
Basterebbe infatti volgere lo sguardo al passato per comprendere come i piccoli squarci di verità, aperti dalle inchieste di Potenza, Napoli e Pescara, si inseriscono in modo lineare nella secolare storia del parassitismo delle classi politiche meridionali: un modello di potere fondato sulla triade clientelismo-trasformismo-corruzione, alla cui base materiale c’è la gestione discrezionale di ingenti flussi di denaro pubblico che a partire dagli anni sessanta (ma dell’ottocento, mica del novecento!) vengono dirottati in nome della tragicomica questione meridionale.

LE SANGUISUGHE DELL’ETERNO SOTTOSVILUPPO
Dalla Cassa del Mezzogiorno, passando per la legge 64 e poi la 488, fino ad arrivare agli attuali fondi europei: centinaia di migliaia di miliardi di vecchie lire hanno contribuito a realizzare non solo e non tanto gli eterni cantieri, i capannoni vuoti, gli ecomostri e le cattedrali nel deserto, quanto un sistema di welfare sociale selettivo fondato su meccanismi redistributivi legati a quelle dinamiche clientelari che ne permettono la perpetuazione.
Per anni abbiamo assistito, e continuiamo a farlo, al rovesciamento culturale sul quale si fonda questo parassitismo: il punto di debolezza, la questione meridionale, diventa il punto di forza, così come il presunto stato di arretratezza diventa un problema da rimuovere ma anche da esaltare, allo stesso modo del tanto sbandierato sottosviluppo: una minaccia da brandire, ma anche un bene da preservare.
A questa gestione “ordinaria” della straordinarietà meridionale, dell’eterna emergenza per l’infinita arretratezza, si possono affiancare anche altre “disgrazie” per rafforzare questo modello di potere: i terremoti, le siccità, le grandinate sono un danno per i più, ma la manna dal cielo di un ceto politico che della discrezionalità autoritaria dei poteri speciali ed eccezionali ne ha sempre fatto un ulteriore strumento per il rafforzamento delle proprie sfere di influenza.
E se non ci pensa madre natura, un’emergenza la si può sempre costruire, alimentare e pianificare.
Il problema, insomma, lo si agita come spauracchio, lo si affronta eternamente, ma non lo si deve risolvere mai.
L’ipocrisia si svela nel momento in cui si rompe questo schema ed un “problema” trova finalmente soluzione: che sia la declassificazione dei mafiosi dal 41 bis, cioè il riconoscimento dell’azzeramento totale del potere di controllo di un boss mafioso, oppure la fuoriuscita di una regione dalle aree classificate dalla UE come povere e depresse, invece di suscitare entusiasmi e festeggiamenti, diventano motivo di disperazione e di un effervescente attivismo politico nel quale tutta la classe dirigente
meridionale in modo trasversale, compatto e combattivo, si impegna per ricostruire nuovi indicatori e nuovi parametri tali da smentire e affossare la “disgrazia” della risoluzione del problema.

LA RESISTENZA DEI PARASSITI
In mancanza di poteri straordinari e con l’eclissi delle partecipazioni statali e della programmazione economica centralizzata, il baricentro di questo collettivo e straordinario impegno politico delle élites meridionali, si è progressivamente riposizionato dal centro alla periferia lungo le direttrici di quel decentramento amministrativo che conferisce alle Regioni e agli enti locali un ruolo centrale nella determinazione delle politiche di spesa pubblica e di gestione dei miliardi di aiuti e finanziamenti europei.
Allo stesso tempo i processi di “presidenzialismo locale”, affiancati ai sempre più selvaggi processi di esternalizzazione e privatizzazione dei servizi pubblici e dei beni comuni, hanno amplificato la commistione tra gestione pubblica ed affari privati: ed è proprio in questo specifico interstizio della ristrutturazione del potere che prendono corpo le inchieste di Napoli, Potenza e Pescara.
Gli atti giudiziari in questione ci suggeriscono come il ricorso sempre più insistente a forme di vera e propria corruzione politica rappresenti di fatto una controrisposta del ceto politico meridionale ai processi di sottrazione di sovranità politica insita nelle esternalizzazioni, nelle privatizzazioni, nel più generale processo di subordinazione della politica all’economia neoliberista.
Se in altri contesti locali, questo passaggio è avvenuto in modo indolore, attraverso una sorta di “resa concertata” della politica, qui, invece, la forza politica e culturale del patronage meridionale determina non solo un “costo maggiore” da pagare, ma anche modelli alternativi di relazione: modelli e comportamenti anche esterni ed estranei alla legalità formale ma comunque ben inseriti nel solco della tradizione politica, così come sul terreno della legittimità sociale, in un contesto culturale nel quale la “raccomandazione” accompagna la vita di ogni comune mortale dalla nascita (nella scelta dell’ospedale, il medico e la clinica dove far nascere i figli) fino alla morte (il loculo e il cimitero dove seppellire i padri).
Quanto questa cultura sia l’effetto, e non la causa, di una determinata modalità di gestione del potere, quando cioè questo modello si alimenta e si riverbera dall’alto verso il basso e non viceversa, meriterebbe un ragionamento a parte, quello che invece ci interessa sottolineare è come alla resa della politica all’economia, si accompagnano strategie di vera e propria resistenza attiva da parte del ceto politico meridionale la cui intensità varia a seconda del livello di connivenza tra la classe politica
e la classe imprenditoriale: il blocco di potere può essere consolidato finanche da rapporti di parentela o comunque di forte affiliazione lobbistica, ma può essere anche il frutto di una collaborazione episodica e conflittuale, in questo caso maggiormente esposta ad ingerenze esterne e alla struttura delle opportunità politiche.

I PARTITI, ORMAI ANDATI
I profondi mutamenti nella struttura politica rideterminano lo spazio politico nei termini di un “mercato politico”.
La crisi della politica è contemporaneamente causa ed effetto di questa rideterminazione, nella quale gli architravi del sistema, i partiti, disperdono progressivamente le caratteristiche tradizionali di canali di organizzazione e di espressione di domande sociali e si trasformano sempre più in veri e propri comitati d’affari per le classi sociali alte ed agenzie di lavoro interinale per quelle più basse.
Tutti i partiti, indistintamente, colti nella visuale del mezzogiorno, appaiono essenzialmente come terminali di questo sistema, per quanto si possano sforzare di declamare e ostentare le proprie mani pulite: non solo quindi il tanto vituperato Pd e l’altrettanto poco raccomandabile PDL, ma anche l’Italia dei Valori, il cui recente successo elettorale già lo riconfigura al sud come approdo naturale di una ondata fagocitante e soffocante di trasformismo politico, e finanche alcuni partiti della sinistra radicale, dove una vocazione all’abbandono della “malattia infantile del comunismo” scivola a volte però in una maturazione politica che condensa normalizzazione, compatibilità e sussunzione in questo pervasivo modello politico dominante.
In questo scenario diventa comprensibilmente difficile muoversi sul terreno della politica, se non rovesciando e aggredendo il principio della delega.
Per intenderci, così come non si può ritenere di delegare alla magistratura la risoluzione del degrado e della crisi della politica, intendendo con essa semplicemente la “tifoseria” per singoli magistrati che compiono onestamente il loro lavoro e non sono incasellati in lobby o cordate, allo stesso modo non si può trasporre il medesimo ragionamento nei confronti di quei rari politici che, per il semplice fatto di compiere onestamente il proprio dovere civico, vengono innalzati ad eroi dall’opinione pubblica, ma anche a paravento dai professionisti del parassitismo politico.
Del resto, che il parametro del “candore” della fedina penale possa rappresentare un indicatore di valutazione del proprio impegno e della propria onestà politica è un parametro a dir poco fuorviante. Al massimo può essere provocatoriamente vero il contrario, come ad esempio è stato negli anni del dopoguerra in Italia, allorquando l’etica, l’onestà e lo spessore ideale si misuravano con gli anni di confino, di galera e di lotta armata.
Certamente un consigliere comunale o un magistrato possono svelare e bloccare uno dei tanti frammenti del puzzle del potere o anche metterne insieme alcuni, svelarne i loro concatenamenti, finanche definirli ed evidenziali non come episodiche disfunzioni, ma meccanismi ordinari di gestione del sistema, tuttavia non possono di per se generare gli anticorpi contro quello che Bifo definisce la “dimensione strutturale della guerra competitiva, dell’appropriazione privata del bene pubblico, nell’esaltazione sistematica della competizione economica, nella privatizzazione di ogni forma di relazione sociale”.

I MOVIMENTI ANTIPARASSITARI SUDALTERNI
Il graduale deperimento dei partiti come cinghia di trasmissione delle domande sociali non significa però la morte della politica, anzi potremmo provocatoriamente dire che ne annuncia la resurrezione.
Nuovi percorsi e istituti di partecipazione prendono forma, in modo certamente parziale, confuso ed embrionale, a partire da un protagonismo diretto della comunità meridionali: il risveglio dell’altrosud, il sud delle lotte sociali e ambientali, il sud dei comitati per i beni comuni, dei movimenti, dell’autorganizzazione sociale, rappresenta una dinamica spontanea di riappropriazione dal basso della decisionalità pubblica.
Questi movimenti assumono una forma di autocontrollo popolare sulle decisionalità pubbliche, che ne inibisce la discrezionalità faziosa, ne smaschera gli interessi particolari sottesi dietro il paravento dell’obiettività dell’interesse generale, ma soprattutto a questo processo di disvelamento si accompagna una ricostruzione di uno spazio politico altro dal “mercato politico”.
Le mille forme meridiane di resistenza sociale rovesciano le teorie neocolonialiste sul sud come terra della passività e della rassegnazione, del clientelismo e della delega al potente di turno e rovesciano quindi sulla politica il ruolo di imputato: sono le forme tradizionali e degenerate della politica il vero problema, non certo lo spirito civico meridionale.
Ma le dinamiche di conflitto e antagonismo sociale diventano prefigurazione di alternativa possibile allorquando vanno a sostanziare processi di riappropriazione dei nessi decisionali, di autonomia e autorganizzazione sociale, di ricostruzione del comune. Abbiamo infatti visto, anche nel recente passato, la capacità del patronage politico meridionale di ricondurre, piegare e sussumere finanche il conflitto sociale come leva per ingrossare il proprio potere: alcuni segmenti delle lotte ambientali o anche dei cicli di lotta dei disoccupati, seppur inconsapevolmente, hanno giocato questo ruolo, con sindaci e assessori di ritorno da Roma o da Bruxelles con le valigie piene di soldi da dispensare, con particolar riguardo agli amici e ai clienti nei collegi elettorali, in nome e per conto delle istanze sociali rivendicate dai movimenti.
Rifiutando la logica delle compensazioni economiche, costruendo istituti di democrazia partecipativa, praticando forme autogestite di produzione e scambio, le insorgenze sociali possono invece svelare non solo il degrado e la corruzione che sottende questo ceto politico parassitario, ma anche e soprattutto il loro grado di inutilità sociale.
Ecco perchè la sfida politica si gioca necessariamente nel disvelamento dell’imbroglio politico di fondo della questione meridionale e rilancio della battaglia per l’estinzione dello stato, per dirla con Vladimir Ilic Ulianov, cioè dello spazio di interposizione tra la politica e la società.

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2 commenti so far
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completamente d’accordo!

Commento di alfredo r.

E con questo linguaggio dovremmo riprendere la lotta per il riscatto del proletariato ?

Commento di alamic




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