AltroSud, il Blog/Shock di Francesco Caruso, scosse di defribillazione scritta per far riprendere i cuori a battere e le menti a pensare


IL G8 A L’AQUILA TRA ECCEZIONALITA’, DEMOCRAZIA E PROFANAZIONE

Il rilancio dello stato d’eccezione: il g8

Il prossimo G8 si terrà a L’Aquila e per chi è cresciuto sulle barricate di Genova non può resistere al “richiamo della foresta”.
La profonda crisi del sistema neoliberista, il crollo delle sue fragili impalcature impiantate nei flussi della finanziarizzazione, mostrano la ragionevolezza delle denunce e delle istanze ormai decennali del movimento dei movimenti.
La scelta di L’Aquila per il vertice G8 nasce proprio con l’ignobile intento di utilizzare il dramma dei terremotati come fonte di rilegittimazione di quel rito cerimoniale di ostentazione del potere globale, all’interno dello spazio “pieno” dello stato di eccezione in vigore nel contesto aquilano.
L’obiettivo fin troppo evidente è occultare la crisi e l’insostenibilità dei paradigmi dominanti, riposizionando la sfida in uno degli spazi più impregnati di quello stato d’eccezione permanente nel quale la pienezza del potere appare nella sua forma elementare e fondativa, con gli abiti cioè dell’uso della forza (nella sua particolare declinazione caritatevole), mettendo però a nudo la relazione che lega violenza e diritto e così, al tempo stesso, la sua congenita fragilità.
Ecco perchè la scelta di spostare il g8 può trasformarsi in un cortocircuito semiotico.
Se la rivolta prende corpo nel punto di massima condensazione del potere, a partire dagli stessi presunti “beneficiari” di tale sforzo, se il “shock and awe” diventa non solo leva di accumulazione di capitale ma anche spazio costituente di conflitto, allora ci potremmo trovare dinanzi ad un processo reale di profanazione degli stessi dispositivi ideologici nei quali prende senso e corpo il vertice del g8.
Le premesse ci sono.

Il terremoto e la democrazia: i comitati aquilani

Il terremoto genera “naturalmente” un’autoriflessione sulla condizione umana, il fatalismo riemerge e sgretola le logiche razional-cumulative, del progresso inarrestabile, del controllo totale sulla natura: nella ritrovata consapevolezza della fragilità dell’uomo, alcune ricchezze sepolte nella frenesia della quotidiana modernità ritornano centrali.
In primo luogo, nello stravolgimento dei legami sociali preesistenti, la riscoperta di un senso di comunità prende forma dentro una precaria quanto inedita riscoperta della dimensione pubblica: malgrado i tentativi istituzionali di irrigimentare e disciplinare la vita sociale degli sfollati, nelle tendopoli si è avviato un processo di soggettivazione incastonato nella dimensione affettiva delle relazioni primarie e comunitarie, per cercare di resistere e contrastare il modello post-coloniale di dominio fondato sull’aiuto umanitario, ormai ben noto nei cosiddetti paesi in via di sviluppo, in cui il ruolo passivo dei subalterni è un perno fondamentale.
La nascita di una molteplicità di comitati di sfollati sono il frutto di un processo di costruzione sociale fondato sul rovesciamento del ruolo e dell’identità del “terremotato” da vittima passiva a protagonista attivo di una ricostruzione dal basso in grado di disvelare i dispositivi del “capitalismo della catastrofe”, nel quale gli interessi particolari si occultano nell’impellenza come beni comuni e gli spazi di confronto, e ancor più di dissenso, azzittiti per far fronte alle straordinarie necessità.
E’ un processo embrionale di riappropriazione del territorio e della democrazia espropriata che, malgrado la sua gracilità, può ribaltare l’immenso investimento simbolico del governo Berlusconi sul terremoto aquilano, finalizzato a rafforzare il suo modello di governance verticale ed autoritaria. La scelta di spostare il g8 a L’Aquila entra a pieno titolo in questa contesa sulle dimensioni e le forme stesse della democrazia.
Ma se Golia sale sulle rovine aquilane per urlare ancora più forte se c’è qualcuno disposto a sfidarlo, le pietre per la fioda di Davide non possono che trovarsi tra le stesse macerie del terremoto.

Aiutare o Aiutarsi? I movimenti noglobal.

Gli unici che possono venir incontro e agevolare il governo italiano e il g8 in questo momento sono paradossalmente gli attivisti dei movimenti noglobal.
Ricondurre e depotenziare quest’imprevidibile dimensione conflittuale dei terremotati all’interno di uno schema interpretativo già cristallizato – G8/CONTROG8 – nel quale ruoli e spazi di agibilità sono approssimativamente già definiti, permetterebbe facilmente la sua sterilizzazione dentro alcune flak già ben collaudate e in grado di rendere inoffensibilmente prevedibili anche le forme più radicali di espressione del conflitto.
L’autonomia dell’agenda dei movimenti, la sua capacità di andar oltre il rincorrere rituale dei vertici internazionali, non va solo enunciata nelle punte alte dei cicli di lotta ma anche praticata nelle fasi di stanca come strategia di scompaginamento dei ruoli, soprattutto in simili contesti dove il principio del mutuo soccorso tra differenti vertenze sociali e territoriali, difficilmente riesce ad esprimersi nella profonda asimmetria tra lo stato nascente delle lotte dei terremotati ed il ciclo lungo del movimento noglobal, ormai proteso non solo sul terreno dell’efficacia strumentale ma anche nella più complessa dimensione espressiva, della definizione del “noi” e “loro”.
Perchè non lasciar sendimentare dal basso ai comitati aquiliani una strategia di profanazione del g8? Per l’immobilismo e i tentennamenti dei comitati?
O forse bisognerebbe chiedersi, come suggerisce un caro amico, Antonello Ciccozzi, oggi sfollato nel campo di Collemaggio, se chi arriverà a L’Aquila viene per aiutare o per aiutarsi, riferendosi in primo luogo ai promotori del vertice del g8 ma anche ai suoi contestatori?
In questo senso, sarebbe necessario un punto di equilibrio, nel quale gli attivisti “noglobal”, o meglio le organizzazioni noglobal, facciano un passo indietro e i comitati dei terremotati facciano un passo in avanti, cioè che mobilitazioni durante il vertice internazionale prendano forma e vengano gestite in modo determinante dai terremotati attraverso una socializzazione sul territorio che può essere portata avanti solo dalla molteplicità e dell’unitarietà dei comitati aquilani.
Una loro sottrazione anche parziale ne determinerebbe, come stà avvenendo in questi giorni, non solo il riempimento di questo spazio vuoto da parte di un ritualismo tradizionale della protesta noglobal, ma soprattutto il depotenziamento della dimensione conflittuale dentro una logica della testimonianza nobile e importante ma del tutto inefficace sul terreno comunicativo e inoffensiva sul piano politico-sociale.
Al tempo stesso, restare inebetiti e indifferenti dinanzi allo svolgimento del vertice a L’Aquila, non può che essere di per sè una forma indiretta di legittimazione nei confronti del G8 e dell’uso strumentale dei terremotati da parte del governo italiano.
Tra buoni e cattivi non vincono gli uni contro gli altri, ma chi nel dividerli impera.

Francesco Caruso
Cosenza, 26 giugno 2009.

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3 commenti so far
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qui il programma del contro g8:

http://www.epicentrosolidale.org/?p=9263

Commento di gaya

MAI STATO PIU’ D’ ACCORDO, CARO FRANCESCO, ASSOLUTAMENTE. NON DEVONO ESSERE SEMPRE I SOLITI AD APPROFITTARE DEGLI SHOCK, MA ANCHE NOI! PERCHE’ NOI NON NE APPROFITTIAMO, MA METTIAMO A FRUTTO UN PROCESSO CHE DAVVERO AVVIENE NEGLI INDIVIDUI E NELLE COMUNITA’ IN CASO DI TERREMOTO

Commento di Giovanni Di Fronzo

Condivido il ragionamento. Io sarei anche più drastico : perchè quelli che “a Genova non bisognava andare” adesso sono lì in prima fila per farsi il loro corteo preconfezionato no-g8 sulla testa degli sfollati? Spero che non sia così, però veramente c’è un limite alla propria autoreferenzialità ed al cascare nelle trappole altrui.

Commento di Luigi




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