AltroSud, il Blog/Shock di Francesco Caruso, scosse di defribillazione scritta per far riprendere i cuori a battere e le menti a pensare


E se fossero gli operai ad aprire il fuoco contro uomini, donne e bambini, cosa direbbero lor signori?

Da ormai troppo tempo, nella piana di San Nicola di Melfi aleggia il fantasma della lotta di classe, quel fantasma di un passato che agita il sonno dorato dei dirigenti d’azienda che solo pochi anni fà decisero di aprire un’isola di toyotismo nelle campagne del meridione, nella speranza di far leva sulla disperazione e il ricatto della disoccupazione per trovare braccia docili e rassegnate allo sfruttamento e all’oppresione.
E’ durato poco il mito della fabbrica integrata: dalla rivolta dei 21 giorni della primavera del 2004 gli operai hanno imparato a non chinare il capo e da allora è stato un susseguirsi di mobilitazioni.
A maggio lo sciopero della ex-Ergom contro 30 licenzimenti ha bloccato per una settimana la catena di montaggio spalmata sul territorio, a luglio lo sciopero sul premio di risultato ha nuovamente fermato la produzione. La dirigenza della Fiat si innervosisce, ogni giorno di sciopero significa 1500 vetture in meno di quella Grande Punto che rappresenta oggi il core business e quindi corre ai ripari: da Pomigliano arrivano pullman carichi di crumiri, per l’azienda sono 500 ma in fabbrica gli operai dicono che sono molto di più.
Selezionati accuratamente dalla Fiat tra i 5000 operai dello stabilimento campano, attraverso i paramenti della sudditanza aziendale e del clientelismo politico-sindacale, questi lavoratori sono il tentativo di piegare la resistenza di Melfi.
Anche la disarticolazione dell’indotto industriale è parte di questa strategia. Bisogna rompere quella “contiguità dei corpi cooperanti” che permette il travaso non solo della componentistica da un azienda all’altra, ma anche della rabbia e del conflitto sociale.
Non a caso, al presidio permanente alla Lesme incroci gli sguardi e i volti già noti delle lotte della Fiat, così come vedi arrivare gruppi più o meno consistenti di operai degli altri stabilimenti dell’indotto che non solo scioperano in sostegno della vertenza, ma hanno anche la possibilità di raggiungere fisicamente i cancelli della fabbrica ed esprimere così concretamente la loro solidarietà ed il loro sostegno, consapevoli che lo smantellamento della Lesme è solo un tassello di un progetto più complessivo che rischia ben presto di toccare anche loro.
Spostare la produzione da Melfi a Chiavari non ha alcun altra spiegazione se non questa.
Non c’è alcuna crisi, la produzione va a gonfie vele, avendo una commessa garantita e duratura, eppure i proprietari hanno fretta di smontare i capannoni e i macchinari per scapparsene a Chiavari.
Una produzione accellerata di scorte a luglio, così come il cambio della agenzia di security preposta al controllo esterno dello stabilimento, lasciavano già presagire il proposito di smantellare tutto ad agosto e far trovare agli operai al rientro l’inaspettata sorpresa.
Nel giro di pochi mesi la produzione sarebbe ripresa finalmente in un clima di cooperazione ed armonia, quella cooperazione ed armonia che la fabbrica toyotista doveva garantire e che ora i padroni vorrebero ricostruire attraverso l’affidamento della produzione di questi alzacristalli ad una qualche cooperativa locale ligure per sbarazzarsi di operai, scioperi e sindacati.
Malgrado i lavoratori della Lasme negli ultimi anni non abbiano certo brillato nella partecipazione e nella mobilitazione alle diverse lotte di Melfi, il rischio di finire in mezzo ad una strada li ha messi in movimento fin dal 13 agosto: due settimane di “vacanza” nel presidio permanente fuori i cancelli della fabbrica, in un luogo deserto e desolato a 40° gradi all’ombra, tutto cemento, capannoni e asfalto cocente.
A differenza della INNSE, qui gli operai sono quasi tutti iscritti alla FIOM, all’interno della Lasme quasi l’80% è iscritto al sindacato di Rinaldini, ma c’è anche il camper fisso della Rdb e presenziano anche gli altri sindacalisti di Cisl e Uil, con la loro solita montagna di bandiere e dall’inconfondibile look di affaristi azzeccagarbugli che arrivano finanche a sblaterare sulla possibilità e la legittimità delle gabbie salariali.
Martedì sera si passa all’azione. Dopo aver sfondato il cordone di polizia posto il giorno precedente a difesa della sede di confindustria a Potenza, gli operai hanno compreso come l’occupazione dello stabilimento non poteva esser certo rinviata di giorno in giorno per la semplice presenza di un paio di vigilantes all’ingresso. Si apre il cancello e si corre tutti dentro.
Mai a pensare che tra quei vigilantes assunti solo poche settimane prima ci fosse un folle armato che spara ripetutamente per intimorire gli operai in corsa sul vialone dello stabilimento e che agita nervosamente la pistola ad altezza d’uomo.
Scene di inizio novecento che si rivivono tra mamme con il passeggino, bambini che da giorni animano il presidio e gli operai che legittimamente ora sono ancor più incavolati neri.
Eppure questi spari sui lavoratori non destano scalpore così come nemmeno degni di un trafiletto sui giornali locali sono gli spari di un criminale proprietario terriero di Lavello che, a meno di 10 chilometri dalla Lasme, apre il fuoco con il suo fucile contro alcuni immigrati che si erano rifugiati per la notte in un casolare diroccato di sua proprietà, stremati dal lavoro nei campi.
Silenzio e indifferenza avvolgono questi atti di pura violenza e bieco terrorismo.
Verrebbe quasi la voglia di vedere queste scene con i ruoli ribaltati, con gli operai che aprono il fuoco contro i guardiani del padrone o gli immigrati che sparano addosso ai proprietari terrieri che li sfruttano, per misurare l’ipocrisia di chi griderebbe immediatamente allo scandalo, con Bruno Vespa in bermuda a condurre un’edizione straordinaria di Porta a Porta e un consiglio dei ministri convocato in fretta e furia da Berlusconi per promulgare qualche altro pacchetto sicurezza.
Non sparano gli operai, stiano tranquilli lor signori, ed anche gli immigrati continuano a piegar la schiena 12 ore sotto il sole cocente del Tavoliere per 3 euro al cassone di quei pomodori il cui sugo assaporisce le nostre tavole.
Ma fuori e oltre l’individualismo imperante, fuori e oltre l’imbarbarimento razzista, fuori e oltre il controllo sociale e culturale, nella società prendono spazio percorsi di resistenza all’omologazione silente e di ricostruzione di legami e conflitti sociali: per quanto possano apparire meramente difensivi, a volte anche egoistici o arretrati, negli spazi sociali come quello prodottosi in questi giorni fuori i cancelli della Lasme e delle altre fabbriche in lotta, prende corpo un senso comune e una solidarietà collettiva che disintegra progressivamente l’apatia sociale, l’indifferenza e la solitudine sociale.
Cioè le travi sulle quali poggia il potere.

Francesco Caruso

28 agosto 2009

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1 commento so far
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[…] tenore “La Benzina? Va usata contro i padroni, non contro se stessi” o anche ”E se fossero gli operai ad aprire il fuoco contro uomini, donne e bambini, cosa direbbero lor signor…. Su facebook il suo profilo conta oltre 2.500 fans. Lui voleva che rimanesse privato, ma lo hanno […]

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