AltroSud, il Blog/Shock di Francesco Caruso, scosse di defribillazione scritta per far riprendere i cuori a battere e le menti a pensare


Massimo Tartaglia: l’ennesimo pazzo nelle stalle di Montelupo?

Non sono i popoli a dover aver paura dei propri governi,
ma i governi che devono aver paura dei propri popoli”.
Thomas Jefferson

PROLOGO NEL MONDO VIRTUALE
[16 giugno 2007. Berlusconi, nel rispondere ad una sua sostenitrice che vuole sapere come far cadere il governo Prodi, dice: “ci vorrebbe un regicidio”. Le agenzie rilanciano l’incauta battuta e dopo solo pochi minuti ecco mettersi diligentemente in fila nel mondo virtuale dei mass-media, tutti i grandi e piccoli inamovibili attori del teatrino della politica, per recitare l’intercambiabile ruolo dell’esaltatore del bene proprio e del drammaturgo del male altrui].

13 dicembre 2009.
Il regicidio poteva prender corpo, ma forse svanisce per pochi centimetri.
Berlusconi è ferito. Che sia il manifestarsi dell’onere della prova riservato periodicamente al potere carismatico, quel potere che lacera inesorabilmente il corpo sociale tra avversari e sostenitori, ma ne pretende al tempo stesso una sua rappresentazione univoca come potenza trascendentale di propria legittimazione?
Vedremo. Certamente il volto insanguinato ci disvela quella sorta di “biopolitica del regicidio” che cerca di ricondurre alla fragilità umana colui il quale tenta di trascendere da essa: ma oggi il potere pastorale in grado di elevare il regicidio a strumento ultimo di riaffermazione e perfezione democratica si è dissolto nelle strategie della governamentalità tardo-liberale che già lo ritraducono in un volano per l’ulteriore accentuazione dei dispositivi di controllo e sussunzione.
Alla dimensione verticale del regicidio segue da sempre l’orizzontalità del dispiegamento massiccio degli strumenti della repressione.
Storia vecchia questa, se non antichissima.
Il regicida invece è sempre e comunque un rietto da rimuovere.
Come i suoi più illustri precedessori, Gaetano Bresci, Pietro Acciarito, Giovanni Passannante, anche per Massimo Tartaglia c’è sempre la medesima spiegazione “scientifica” che rigetta il regicidio all’esterno del mondo della ragione: la follia.
Non certo la follia come “giusta direttiva discussa da una prospettiva differente”, ma la follia come espulsione ed esclusione di un atteggiamento, di una personalità, di un pensiero: non c’è la massima visibilità dei supplizi pubblici riservati in altri tempi ai regicidi, ma all’inverso il silenzio degli internamenti manicomiali dove seppellire questi scarti umani.
In questi luoghi oscuri e “disumani” Massimo Tartaglia ritrova per assurdo, a distanza di oltre un secolo, lo stesso destino e gli stessi spazi che hanno segnato la vita e la morte di Bresci, Acciarito e Passannante.
Se la riforma Basaglia ha provveduto a chiudere i manicomi, restano infatti in Italia 5 istituti per i “pazzi criminali”: sono gli OPG, gli ospedali psichiatrici giudiziari, veri e propri lager nei quali gli internati sono costretti a subire pratiche folli (queste sì!) di assistenza e di “correzione” come la contenzione fisica – settimane e settimane immobilizzati ad un letto con le caviglie dei piedi e i polsi delle mani legate, un buco al centro per i bisogni fisiologici e tanti, tanti psicofarmaci – e altre forme di “assistenza psichiatrica”.
Uno dei 5 OPG attuali è in funzione dal 1866 come casa correzionale, una bellissima villa Medicea sulle colline intorno Firenze: in quelle che furono le stalle dei cavalli di questa residenza estiva di Ferdinando II dei Medici, da oltre un secolo vengono rinchiusi i “pazzi”.
In quei tuguri nascosti dalle alte mura del castello, trovarono fame, torture e morte gli ultimi regicidi del regno di Savoia, come Passannante nel 1910, Pietro Acciarito nel 1943.
Oggi l’incauto avvocato di Tartaglia ha ripresentato, dopo il rigetto del GIP, l’istanza di trasferimento del detenuto presso un ospedale psichiatrico giudiziario: che finisca anch’egli internato nelle celle-stalle di Montelupo Fiorentino?

Francesco Caruso

16 dicembre 2009

tratto dal prox numero
de “La voce delle Voci”

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