AltroSud, il Blog/Shock di Francesco Caruso, scosse di defribillazione scritta per far riprendere i cuori a battere e le menti a pensare


Dalla Fiat di Pomigliano, una lezione di disobbedienza sociale

1673 lavoratori Fiat su 4642 hanno votato No al piano Fiat 2010-2014, spiazzando le previsioni di sindacalisti, ministri, manager, capi e capetti e quanti li volevano docili fino al punto di accettare un piano autoritario, di stampo antioperaio.
Quei 1673 no, sono ancora più forti se si pensa al clima che ha attraversato la vicenda Fiat di Pomigliano. Il pressing aziendale e mediatico è stato forte: minacce di chiusura dello stabilimento, dvd e marce aziendali, articoli di pennivendoli felici di potersi lanciare nella difesa del padrone.
Tutto questo coro ossessivo, unanime e bipartisan di incoraggiamento agli operai a filar dritto e a subire passivamente l’ulteriore schiavizzazione di un rapporto di lavoro già di per sé segnato da sudore e fatica, però non ha funzionato dinanzi all’insofferenza di chi ogni giorno deve far i conti con l’imprigionamento del proprio corpo nelle cellule asfissianti della produzione automatizzata.

Dalla Fiat lumpenborghese alla Fiat globale
Quanto ci sia di realmente operativo in quel piano è difficile da dire: non si tratta solo di porre in discussione la presunta solidità di un piano quadriennale che prevede già in partenza due anni di cassintegrazione o evidenziare l’inevitabile stagnazione nei periodi di crisi di un mercato delle auto di fascia medio-bassa già di per sè saturo, ma basta sfogliare i documenti sfornati da un management fiat pagato fior di milioni per scoprire come negli ultimi dieci anni i piani di investimento della Fiat a Pomigliano siano rimasti quasi sempre lettera morta, ad eccezione ovviamente di ciò che riguardava il drenaggio continuo di miliardi di denaro pubblico, passati dalla casse pubbliche a quelle della Fiat con le famiglie degli operai brandite come minaccia per aumentare di volta in volta la somma da estorcere.
Nel piano precedente i dirigenti Fiat riuscirono a strappare un impegno di spesa di 3 miliardi di euro allo stato: una somma che divisa per i 5000 operai, avrebbe potuto garantire per i 4 anni del piano ad ogni lavoratore una rendita mensile di 12.000 euro al mese ovvero, 150.000 euro l’anno per quattro anni, risparmiando un po’ di lavoro alienante agli operai o il purgatorio della cassa integrazione.
Soldi che le parsimoniose e ingegnose famiglie degli operai avrebbero investito certamente meglio di molti manager: Un win for life, che sarebbe stato utile e sensato far vincere agli operai piuttosto che alla Fiat, sapendo, questo è l’aspetto grave, che quell’esborso di denaro pubblico all’azienda non sarebbe stato l’ultimo.
Ma si sa che il nostro è un mondo strano, nel quale regalare soldi a manager ed imprese si chiama “incentivo allo sviluppo”, invece darli ai bisognosi, ai lavoratori e ai giovani disoccupati diventa “assistenzialismo”.
E’ così si continua a sfornare auto su auto inquinanti, nonostante nelle metropoli come nei piccoli centri, non si sa più dove metterle, e come ripararsi dallo smog.
Ma con la crisi economica che imperversa su scala mondiale, saccheggiando le già dissanguate casse degli stati e con gli assatanati branchi di lupi della finanza che girano tra un indice di borsa all’altro, guidati dai loro capibranco (le agenzie di rating) alla ricerca di un comparto, di un’azienda, di un paese da azzannare e dissanguare al primo segnale di debolezza econometrica, anche la FIAT sembra ormai abbandonare l’approccio tipico della lumpenborghesia parassitaria per lanciarsi nelle sfavillanti opportunità aperte da una globalizzazione neoliberista nella quale la libertà dell’impresa è inversamente proporzionale all’estensione dei diritti dei lavoratori.
La nuova azienda globale necessita però di corpi docili, cooperazione, comunicazione, partecipazione piena agli obiettivi aziendali, lasciando fuori dai cancelli, per contratto, sembra chiedere Marchionne, il conflitto , quel conflitto che negli anni ’70 faceva saltare sulla sedia sindacalisti, ministri, manager, capi e capetti, mettendo in discussione l’intero sistema dello sfruttamento e di gestione del lavoro.
Vogliamo tutto era lo slogan di allora e in quegli anni gli operai non temevano di parlare con la loro voce, non si vedevano le teste basse, gli sguardi che dicevano altro dalle parole durante le interviste, come è successo a Pomigliano.

La cellularizzazione estensiva della produzione
L’attacco alla potenza e alla resistenza operaia si è dispiegato dentro e fuori la fabbrica, a partire dalla ristrutturazione post-fordista.
Alla cellularizzazione intensiva che caratterizza la produzione automatizzata, nella quale il dispositivo panottico elettronico e il dispositivo partecipativo si fondono nel tentativo di occultare la matrice disciplinare necessaria all’intensificazione dell’estrazione di plusvalore relativo, si somma una cellularizzazione estensiva che disperde i gangli della produzione nello spazio globale alla ricerca di corpi docili e a braccia a buon mercato in giro per il mondo, disarticolando quella contiguità dei corpi cooperanti che nella fase del “fordismo eversivo” pose strutturalmente in crisi le strategie della valorizzazione capitalistica.
Uno stabilimento contro l’altro, un territorio contro l’altro, un operaio contro l’altro: come nell’ottocento negli Usa gli operai di mestiere, prima del passaggio dalla manifattura alla fabbrica, utilizzavano l’ostracismo per isolare e colpire i capitalisti più arroganti ed esigenti lasciandoli senza mano d’opera, così oggi i ruoli si sono diametricalmente rovesciati.
Tra la Polonia, il Brasile, Termini Imerese e Pomigliano, la Fiat è libera di scegliere chi, come, dove e quanto sfruttare: il potere di inclusione e di esclusione al lavoro – da sempre costitutivo del modo di produzione capitalistico – si dispiega in tutta la sua drammaticità nel nord come nel sud del mondo, mettendo in crisi anche quella “divisione assiale del lavoro” teorizzata da alcuni studiosi dell’economia-mondo.
Il piano di Marchionne di spostare la produzione della Panda da Tichy a Pomigliano, risponde a questa esigenza: si tratta di verificare la praticabilità di una ridislocazione del rapporto di lavoro all’esterno di quella cornice di protezione sociale già sistematicamente erosa negli ultimi trent’anni, per tentare di disintegrarla definitivamente attraverso il modello ben collaudato nei nostri territori di governance dell’ “emergenza permanente”, nel quale l’eccezione temporanea diventa progressivamente norma strutturale.
Del resto il contesto storico-geografico meridionale appare ai dirigenti FIAT il terreno più congeniale per tentare di riconfigurare i diritti del lavoro come indegne concessioni ad una piccola casta di privilegiati, per altro fannulloni e assenteisti. A fronte di milioni di coetanei precari e disoccupati che non hanno mai conosciuto e mai conosceranno il diritto allo sciopero, le ferie pagate o i contributi pensionistici, bisogna evidenziare il solco tra garantiti e non garantiti per poter meglio minacciare i primi di far la fine dei secondi: disarticolare la classe avversa si sarebbe detto un tempo (non certo ora che l’unico soggetto rimasto ancora a praticare la lotta di classe è la confindustria), per far capire ai lavoratori di Pomigliano la necessità di farsi spremere ancora un pò di più per ripagare la magnanimità di un padr(on)e che riporta la fabbrica nel proprio paese.
Da questo punto di vista i diversi stabilimenti Fiat insediatisi nei decenni scorsi nel meridione per drenare denaro pubblico – Cassino, Termoli, Melfi, Pratola Serra, Val di Sangro, Termini Imerese, Pomigliano – o si trasformano in vere e proprie maquilladoras oppure, dopo aver smantellato Arese e Mirafiori, la Fiat provvederà al trasferimento ancora più a sud dei suoi impianti fissi di produzione.
La maledetta globalizzazione ora appare in modo chiaro come strategia di accumulazione di capitale/impoverimento generalizzato, anche agli occhi di una parte dei suoi estimatori che ne decantavano solo pochi anni addietro le sue magnifiche potenzialità in termini di “esportazione” di diritti, progresso e democrazia, e che oggi scoprono come la tendenza sia esattamente l’inversa, cioè l'”importazione” di schiavismo e sfruttamento selvaggio.

L’operaio meridionale e la fabbrica postfordista
Ma il problema è che i circuiti della produzione integrata oggi hanno bisogno non solo della pacificazione ma anche della complicità operaia. Si tratta allora di capire se a Pomigliano i due anni di cassintegrazione siano stati sufficienti per rimetterli in riga: troppo assenteismo, bassa produttività, ma soprattutto scarso spirito di identificazione e “collaborazione” aziendale, cioè quei punti di forza della lean production che all’interno di un modello organizzativo just-in-time diventano, per la sua estrema vulnerabilità, non solo importanti ma imprescindibili.
In questo senso la sfida lanciata da Marchionne agli operai è una sfida culturale, prim’ancora che economica ed una percentuale bulgara di sostegno all’accordo diventa l’elemento discriminante di valutazione: la Fiat non ha più bisogno esclusivamente della forza bruta delle braccia ma anche dell’autoattivazione del cervello per il controllo e il perfezionamento della produzione robotizzata.
Ha bisogno non solo che l’ordine imposto si faccia norma, ma soprattutto che tale norma diventi valore.
Disciplinamento, ma anche autodisciplinamento, per succhiare con maggiore intensità la linfa vitale del lavoro vivo: o la “razza barbarica del meridione, naturalmente protesa all’ozio dal torpore del sole mediterraneo”, per dirla con Niceforo, si piega ai ritmi e alla cultura del produttivismo toyotista, alla metrica selvaggia del tmc2 e dell’Ergo-UAS che mette a valore ogni microsecondo e ogni respiro degli operai, oppure cercherà nei tanti altri sud del mondo la forza-lavoro di cui necessita.
Il 38% dei lavoratori Fiat l’ha mandato letteralmente “a quel paese” ma anche tanti altri che hanno votato “sì” sanno bene che si ingegneranno e si autoattiveranno tutto il giorno, dentro e fuori la fabbrica, ma non per migliorare la produzione quanto per sperimentare e trovare altre tattiche di microresistenza per sottrarsi alla “disciplina al ritmo delle macchine” tanto agognata da Marchionne.
Sarà che forse da queste parti son già trent’anni che lor signori raccontano bugie e cercano di intimidire sul ricatto del lavoro, che ormai li si ascolta con un certo disincanto anche quando promettono il ritorno della produzione della Pandra a Pomigliano.
Abbiamo ancora sotto i nostri occhi i catastrofici risultati di quei tentativi di trapiantare il progresso industriale nel meridione, conficcando con scrupolosa prefidia mostri fumanti che ancor oggi continuano a sfornare solo veleni e cassintegrazione nel cuore di quelle bellezze naturali che erano le baie di Taranto, Gela, Bagnoli, Crotone.
Per non parlare dei fiumi di miliardi spesi nel meridione in nome e per conto dei milioni di disoccupati che tali sono rimasti, a fronte dei tanti capannoni vuoti e delle tante tasche piene di un ceto politico parassitario che oggi senza pudore trova ancora il coraggio per rivendicare più soldi e investimenti per il mezzogiorno.
Il signor Marchionne ha studiato e lavorato in Canada, in Svizzera e negli Stati Uniti e non si fà capace di quel no tanto esteso a Pomigliano.
Per lui è naturale che gli operai producano migliaia di automobili durante il proprio turno di lavoro ma a fine giornata se ne debbano tornare a piedi. Agli operai di Pomigliano, a chi vive e schiatta sulla catena di montaggio, questa appropriazione privata del prodotto del lavoro altrui ha invece sempre puzzato tanto di fregatura: non hanno sfogliato i bilanci della Fiat e le tavole statistiche sul costo del lavoro del biennio scorso per comprendere come allo stato attuale solo con i primi 40 minuti di lavoro producono il valore della propria forza lavorativa, mentre tutto il resto è estorto da Marchionne, il quale ora pretende di aumentare ancor di più il suo “pizzo”.
Hanno detto No un gran numero di operai Fiat e il loro NO è stata una grande lezione di dignità.

Il noi e il loro oltre l’eurocentrismo
Alzando lo sguardo oltre la provincia italiana però possiamo rileggere l’esito del referendum di Pomigliano da una angolatura differente che probabilmente ci aiuta a comprendere meglio, in tutta la sua complessità, le strategie transnazionali della controparte padronale.
Basta sfogliare i giornali polacchi in questi giorni per scoprire come se è vero che il 36% di No irrita Marchionne in Italia, è anche vero che il 62% di Si lo ringalluzzisce in Polonia: questa maggioranza troppo striminzita in Italia è invece sufficientemente adeguata per essere brandita nei confronti degli operai polacchi che in questi anni hanno trovato finalmente il coraggio e la forza di avviare percorsi di sindacalizzazione e di lotta contro le loro condizioni disumane di lavoro.
Per evitare il trasferimento della produzione della Panda a Pomigliano e la chiusura dello stabilimento di Tichy, Marchionne pretenderà dagli operai polacchi di andare oltre le attuali 48 ore settimanali pagate meno di 400 euro al mese, per estorcere condizioni ancora più selvagge di sfruttamento.
Morale della favola: fino a quando i padroni si muoveranno sul piano globale mentre l’azione dei lavoratori e dei sindacati – che siano autonomi, autorganizzati o confederali – resterà invece imbrigliata nella dimensione nazionale, il rischio è che il conflitto capitale/lavoro troverà sempre vincente il primo e succube il secondo.
Al di là della centralità o meno di questa contraddizione, dell’immaterialità o meno della sua configurazione tendenziale, su questo terreno si gioca la sfida di una fuoriuscita dalla crisi che non si traduca esclusivamente nel rafforzamento dei circuiti della valorizzazione ma sappia invece cogliere, per declinarli operativamente in termini di conflitto, i lineamenti dicotomici di quello slogan che riecheggia negli ultimi mesi nelle piazze di tutto il mondo: “noi la vostra crisi non la paghiamo”.

cosenza, 26 giugno 2010

*Francesco Caruso

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4 commenti so far
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condivido l’analisi, dove sta la fregatura. Perchè Marchionne sposterebbe la produzione della Fiat Panda dalla Plonia in Italia se un operaio polacco guadagna il 30% di un operaio italiano ? Seconda domanda perchè dovrebbe produrre in Italia un prodotto che in Italia potrebbe vendere olo in quantità limitate data la saturazione del mercato dell’auto e la ontrazione del potere d’acquisto ?

Commento di gerardo lisco

concordo!

Commento di laura

VOGLIAMO TUTTO !!!
Qui bisogna trovare un sistema per diffondere segretissimamente le nostre parole d’ordine.

I PADRONI NON SOLO LE COPIANO MA PRATICANO ANCHE DIRETTAMENTE L’OBIETTIVO.
Basti pensare a PAGHERETE CARO PAGHERETE TUTTO

Commento di raffaele della rosa

ABBIAMO BISOGNO DI AIUTO, STIAMO MANIFESTANDO CONTRO LA CHIUSURA DELL’OSPEDALE DI TREBISACCE BLOCCANDO LA SS 106, PER FAVORE NON LASCIATECI SOLI. ABBIAMO BISOGNO DI VOI

Commento di OSPEDALEDITREBISACCE




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