AltroSud, il Blog/Shock di Francesco Caruso, scosse di defribillazione scritta per far riprendere i cuori a battere e le menti a pensare


Dalle reti del Sud – una presa di parola altermoderna, autonoma, resistente

di Giso Amendola, Antonio Musella, Carmine Pace, Giovanni Pagano, Leandro Sgueglia, Pietro Sebastianelli, Alessandro Terra, Tiziana Terranova, Francesco Caruso

1. Il sud e la crisi: il neoliberismo e le zone d’eccezione

Le crisi, ci hanno spesso avvertito i teorici del “sistema-mondo” non hanno un impatto omogeneo dovunque. Le crisi presentano geografie complesse, articolazioni discontinue, intensità variabili. Questa crisi, in particolare, si distingue per la creazione di zone in cui il neoliberalismo opera con strumenti di eccezione, che associano politiche di disarticolazione sociale ad una forte opera di prelievo delle risorse. N. Klein ha illustrato i brutali movimenti, nelle crisi, della shock economy: si approfitta dell’occasione offerta dalla crisi per abbattere le resistenze sociali e creare il terreno per terapie d’urto che assicurano l’imposizione di politiche ultraliberiste altrimenti impossibili. A. Ong ha parlato significativamente di “neoliberalismo come eccezione” – per illustrare questo ritorno, all’interno del neoliberalismo, alla costruzione di zone di prelievo di risorse e di imposizione di regimi di sfruttamento “eccezionali.”

A leggerla da Sud, la crisi appare come la costruzione del Sud come zona di sfruttamento eccezionale, secondo una lunga tradizione di costruzione della subalternità, e, allo stesso tempo, come l’inserimento del Sud stesso come elemento di piano nella gestione della crisi. L’impatto della crisi, che vuol dire perdita del potere d’acquisto dei salari, disoccupazione, distruzione degli ammortizzatori sociali e del welfare anche su base regionale, ha un impatto a Sud profondamente più devastante ed aggressivo. I recenti rapporti dello Svimez (2009 e 2010) ci raccontano di un Sud dove l’aumento esponenziale della povertà ci consegna uno spaccato del mondo del lavoro e del non lavoro profondamente diverso dal Nord del paese. L’impoverimento progressivo dei cittadini meridionali è un dato inconfutabile. Secondo lo Svimez a Sud 1 su 5 non riesce a pagare le bollette delle utenze domestiche, ed 1 su 3 non riesce a pagarsi le cure mediche (rapporto Svimez 2010). Altro dato, che ci sembra consequenziale, è l’aumento esponenziale dell’emigrazione dal Sud verso il Nord e verso l’estero (rapporto Svimez 2009).

Conferma della subaleternità, dunque: e al tempo stesso, trasformazione della subalternità in motore di governo della crisi stessa, oltre che in serbatoio di risorse. Da qui, nei più espliciti, l’elogio di un necessario governo del Nord; nei più accorti – o forse, nei meno consapevoli della consunzione delle categorie dello Stato nazionale oramai irrimediabilmente prodotta dai flussi della globalizzazione – l’appello reiterato alla conservazione di un quadro nazionale “unitario”. La prima posizione elogia senza pudore il saccheggio; la seconda cerca di assicurarne la prosecuzione con le buone maniere, convincendo la “periferia” a comportarsi appunto da luogo marginale. Da questa pseudoalternativa, tra una frantumazione in nome di una violenta espulsione del Sud e una difesa dell’unità nazionale quale paravento per l’assegnazione al Sud di un ruolo marginale/periferico, bisogna scappar fuori.

2. Né arretrati, né periferici: smontare la costruzione della “subalternità” meridionale

Per venirne fuori, vogliamo elaborare un altro sguardo sul Sud. Cercare quelle strade, nel lavoro vivo del sud, nella sua composizione sociale, come nelle lotte che provano a costruire la resistenza al saccheggio e alla prospettiva di marginalizzazione, che producano uno spazio meridiano sottratto sia all’idea di un Sud periferico e bisognoso d’essere condotto sulla strada del progresso e della modernizzazione (il Sud “in ritardo” che tanto piace ai cantori dello sviluppo) sia all’ipotesi di un Sud irrimediabilmente perduto, destinato ad essere solo territorio di prelevamenti brutali di risorse e dei dispositivi emergenziali (il Sud naturalizzato come necessariamente “inferiore”, oggetto dei più o meno espliciti discorsi neorazzisti).

In primo luogo, occorre sottoporre ad una nuova critica l’idea di sviluppo. Agli ideologi di una idea lineare e a senso unico di sviluppo, ricorderemo che sviluppo per noi è stato il saccheggio della cassa del mezzogiorno, sviluppo è stata la possibilità per le imprese del nord di venire a costruire cattedrali nel deserto nelle nostre terre, realizzare il 10% dell’opera, incassare i soldi ed andare via (legge 219 del 1981). Dapprima con la cassa del mezzogiorno fino agli ottanta. Poi la subalternita’ si e’ declinata nel considerare le nostre terre come discariche a cielo aperto per abbassare i costi di produzione delle imprese del Nord distruggendo ed avvelenando sistematicamente il nostro territorio.

Oggi la categoria di “sviluppo” sia a destra che nel centro sinistra si declina ancora una volta negli unici equilibri economici conosciuti dai poteri forti. Per troppi sviluppo a sud continuano ad essere le “grandi opere” dalla salerno – reggio calabria al ponte sullo stretto per ingrossare le tasche degli amici del governo del Nord e delle organizzazioni criminali a loro affiliate (da sottolineare che queste proposte fanno parte del punto sul Sud che Berlusconi ha appena definito nel vertice Pdl). Allo stesso modo gli interessi delle multiutility dagli inceneritoristi (Marcegaglia, Impregilo ecc. ecc.) fino a quello dei privatizzatori dell’acqua (Eniacqua, Caltagirone, Hera, Veolia, ecc. ecc.) rappresentano i vettori di quello “sviluppo” inteso ancora una volta nelle logica di subalternità.

Ed ancora la dismissione del settore manifatturiero del mezzogiorno a cominciare dall’industria dell’auto (Melfi, Pomigliano, Termini Imerese) risultano funzionali al mantenimento delle stesse aziende a Nord sia nei termini della produzione (il mantenimento degli stabilimenti) sia in termini della qualità dei diritti dei lavoratori (vedi accordo di Pomigliano).

Se la critica a questa visione lineare e “progressista”, monotona e omologante, di sviluppo va condotta con determinazione sino in fondo, svelandone il ruolo di pilastro ideologico nella costruzione della subalternità meridionale, va anche criticata, allo stesso modo, ogni tentazione di produrne il semplice ribaltamento. La critica allo sviluppo non è l’elogio della tradizione o dell’immutabile: discutere la modernità non significa essere “antimoderni”, semmai liberare modi diversi di essere moderni, liberi dall’ideologia dello sviluppo. Niente nostalgie per un Sud mitologicamente incorrotto. Ci rivolgiamo invece ai modi di studiare la produzione di subalternità (ad esempio, quelli condotti dai Subaltern studies), che sviluppando intuizioni gramsciane, finalmente liberate da ogni tradizione storicistica, sappiano individuare – e criticare – i modi in cui la subalternità si costruisce nei discorsi, e nelle forme di vita, degli stessi subalterni. Criticare l’idea di sviluppo significa, in questo senso, evitare che il meridione riproduca la sua subalternità all’infinito, assumendo come lingua per descrivere ed esprimere se stesso la lingua che lo costituisce come periferico. Significa spezzare non solo i discorsi altrui che lo vogliono come periferico, ma anche ogni descrizione di se stesso che accetti questo tipo di discorso, riproducendo autonarrazioni meridionali in termini di periferia, di marginalità, di sottosviluppo. La critica dello sviluppo non significa per nulla autonarrarsi come arretrati o marginali. Se è vero che la composizione sociale del Sud non è assimilabile a quella del nord-est né a quella del nord-ovest, non significa che essa possa essere descritta in termini di residualità o di marginalità: il discrimine Nord/Sud, fuori dall’ideologia sviluppista, può essere ribaltato e reso come spinta conflittuale capace di essere la genesi di un’insorgenza sociale che parta da queste terre e che reintroduca, nelle pratiche, nel linguaggio, nelle categorie, e soprattutto sul piano rivendicativo, la sua meridionalità e dunque la sua specificità.

La chiave di lettura della “subalternità”, intesa proprio come consapevolezza della non residualità e non marginalità, come dispositivo critico che apre alla non accettazione, allo smontaggio critico e alla distruzione pratica della relazione centro/periferia, può aprire alla rilettura di tutta una serie di temi di stretta attualità, a partire dall’utilizzo dei fondi Fas proprio in chiave di mantenimento dell’ideologia dello sviluppo e quindi della perifericità del meridione.

Non marginale, e neppure periferico, il Sud si rivela, spesso proprio nei dispositivi di governo messi in opera da chi vorrebbe riprodurne in eterno la marginalità, pericoloso perché non trattenibile nelle griglie imposte dall’ideologia dello sviluppo e dalle rappresentazioni (e autorappresentazioni) in termini di arretratezza: le sue stesse vecchie e nuove povertà, non riassorbibili da nessun modello sviluppista o industrialista, rivendicano continuamente la costruzione di nuovo welfare, sulle ceneri della consumazione clientelare e corrotta della gestione del vecchio impianto delle politiche sociali. Il punto cruciale diventa allora, nella crisi, creare una produttiva coalizione tra le lotte degli operai e dei lavoratori salariati che vedono in via di rapida precarizzazione sia i livelli salariali che il patrimonio di diritti e di dignità conquistato nel passato, e quelle dei movimenti di chi è completamente fuori dal sistema di welfare fondato sulla centralità del lavoro a tempo indeterminato: i movimenti dei disoccupati, ma anche dei precari e degli studenti. Le modalità degli incontri e delle alleanze tra soggettività diverse, ma tutte accomunate dal rifiuto delle strategie di marginalizzazione progressiva e dalla richiesta di reddito e garanzia di diritti, sono probabilmente ancora da cercare e inventare: ma la costruzione di autonomia a partire da quanto il Sud esprime quotidianamente nelle sue forme di vita, rifiutando ogni modello “trascendentale” di sviluppo imposto dall’alto, è quanto è possibile elaborare, una volta superata l’adozione, anche inconscia, dei discorsi altrui come misura della propria condizione: una volta smontati i meccanismi ideologici di riproduzione e autoriproduzione della propria condizione subalterna, i subalterni possono davvero ricominciare a parlare, con lingua propria.

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